Almanacco del 26 febbraio, anno 1876: Impero giapponese e Regno di Joseon firmano il trattato dell’isola di Ganghwa, altresì noto (solo in Giappone però, tra poco capirete perché) come trattato di amicizia Giappone-Corea. Il 26 febbraio 1876 è per certi versi cruciale nella storia contemporanea dell’Asia orientale. Il preesistente e fragile equilibrio politico della penisola coreana venne incrinato in modo irreversibile. Ma per comprenderne i motivi e la portata, ritengo sia necessario inserirlo in un contesto di lunga durata, fatto di rivalità regionali, pressioni imperiali (occidentali e non) e trasformazioni interne che stavano ridefinendo i rapporti di forza nell’area.

Prendiamola alla lontana. Per secoli il Regno di Joseon aveva mantenuto una posizione diplomatica centrata sul sistema tributario sinocentrico, riconoscendo la supremazia della dinastia Qing pur conservando un’ampia autonomia interna. I contatti con il Giappone esistevano, per carità, ma erano rigidamente regolati e confinati soprattutto all’enclave nipponiche del sud, mentre il commercio con la Cina si svolgeva in aree di frontiera designate.
Questa politica di chiusura, rafforzata nel XIX secolo, era stata ulteriormente irrigidita alla luce delle guerre dell’oppio e delle umiliazioni subite dalla Cina per mano delle potenze occidentali. La Corea – che qui in Europa definivamo “Regno eremita”, tanto sembrava essere impenetrabile – respinse ripetutamente tentativi di approccio. Commerciale e militare, beninteso.

Nel frattempo, il Giappone aveva vissuto una trasformazione radicale. Su questa non mi pronuncio ulteriormente dato che è stato tema di ampio dibattito in questa sede (un approfondimento che può tornarvi utile in merito). La nuova leadership giapponese, impegnata in un vasto programma di modernizzazione statale e militare, maturò presto la convinzione che per evitare la sorte della Cina fosse necessario adottare gli strumenti dell’imperialismo occidentale. Si sostenne apertamente la necessità di costruire un impero coloniale per ottenere pari dignità internazionale. In questa prospettiva, la Corea appariva un obiettivo strategico. Era geograficamente vicina, politicamente debole, formalmente tributaria dei Qing ma, cosa più importante, priva di un’effettiva protezione militare cinese. La vittima prediletta, in poche parole.
La scintilla immediata fu l’incidente della cannoniera giapponese Un’yō, avvenuto nel settembre 1875. La nave si avvicinò deliberatamente all’isola di Ganghwa, area sensibile già teatro di scontri con potenze straniere. Dopo che le fortificazioni coreane aprirono il fuoco, l’Un’yō rispose con un bombardamento devastante, distruggendo le batterie costiere e infliggendo perdite significative. L’episodio, presentato da Tokyo come provocazione coreana, fornì il pretesto per un intervento diplomatico coercitivo.

L’anno seguente una flotta guidata dall’inviato speciale Kuroda Kiyotaka giunse in Corea. Il plenipotenziario giapponese chiedeva due cose: formali scuse e l’imposizione di un trattato commerciale. Il governo di Joseon, consapevole dell’inferiorità militare e sperando di acquisire tecnologie occidentali per rafforzare le proprie difese, accettò di negoziare. Ed ecco come, il 26 febbraio 1876, si arrivò al trattato di Ganghwa. Esso rappresentò, nella sostanza, un accordo ineguale sul modello di quelli che l’Occidente aveva imposto al Giappone pochi anni prima.
L’articolo 1 dichiarava la Corea “Stato indipendente” con diritti sovrani pari a quelli del Giappone. Non fatevi ingannare, è una formulazione solo apparentemente favorevole. In realtà mirava a sganciare formalmente Joseon dall’orbita tributaria cinese, minando l’ordine sinocentrico tradizionale. Si stabilirono relazioni diplomatiche permanenti, si abolì il ruolo storico dell’isola di Tsushima come intermediaria e aperti, oltre a Pusan, altri due porti al commercio giapponese.

Cruciale fu l’articolo 10, che concedeva ai cittadini giapponesi l’extraterritorialità. Essi sarebbero stati sottoposti alla giurisdizione dei propri consoli, non ai tribunali coreani, implicando una delegittimazione del sistema giuridico di Joseon. A Tokyo impararono in fretta come utilizzare al meglio gli strumenti della coercizione tipicamente occidentali. Oltre ciò, il diritto di mappatura delle coste e di libera attività commerciale senza restrizioni amministrative ampliava sensibilmente la penetrazione nipponica.

Le conseguenze furono profonde. L’apertura forzata innescò tensioni interne in Corea tra fazioni favorevoli a una modernizzazione sul modello giapponese e gruppi conservatori legati all’ordine tradizionale e alla Cina. Sul piano internazionale, la dichiarazione di indipendenza formale della Corea divenne uno strumento per Tokyo per contestare l’influenza dei Qing, contribuendo alla progressiva escalation che avrebbe condotto alla guerra sino-giapponese del 1894-1895.
Attenzione a non associare il trattato di Ganghwa al concetto di annessione, sarebbe sviante da un punto di vista prettamente storico. Quella ci fu solamente nel 1910. Eppure l’accordo rappresentò il primo passo strutturale verso la subordinazione coreana all’Impero giapponese.




