Almanacco del 31 gennaio, anno 1703: si compie la vendetta dei Quarantesette rōnin, episodio della storia giapponese molto noto, soprattutto per le sue contemporanee implicazioni mediatiche. Nei fatti, l’evento si tradusse nell’uccisione di Kira Yoshinaka, per mano di un gruppo di ex samurai provenienti dalla città di Akō. Non si trattò soltanto di un regolamento di conti armato, ma dell’atto conclusivo di una vicenda che mise in tensione legge, onore e morale samuraica, diventando immediatamente oggetto di dibattito pubblico e, in seguito, di mitizzazione culturale.

Dopo la morte forzata del loro signore Asano Naganori nel 1701, condannato al seppuku per aver ferito Kira all’interno del castello di Edo, i suoi vassalli si trovarono improvvisamente privati di ogni status. Lo shōgunato Tokugawa aveva agito con estrema severità. Asano era stato punito senza appello, il feudo di Akō confiscato e la sua casata dissolta. Da un punto di vista legale, la questione era chiusa. Peccato rimanesse in piedi il dillemma etico. Per i samurai di Asano, guidati dal fedele Ōishi Kuranosuke, l’ingiustizia subita dal loro daimyō esigeva una risposta, ma una risposta che non fosse impulsiva, bensì conforme all’idea più alta di lealtà e autocontrollo.
La lunga attesa di quasi due anni non fu dunque segno di esitazione, ma parte integrante del piano. Ōishi comprese che una vendetta immediata avrebbe portato solo a un fallimento e alla distruzione totale del gruppo. Scelse allora la via più difficile: quella dell’inganno. Allora dissimulò lo scioglimento del gruppo di rōnin.

La sua condotta a Kyoto, tutt’altro che dignitosa (le fonti lo descrivono costantemente ubriaco e in caccia di guai) ebbe un effetto preciso, chissà fino a che punto voluto. Infatti convinse Kira Yoshinaka e le autorità che ogni pericolo fosse svanito. In realtà, mentre la sorveglianza si allentava, i Quarantasette rōnin si riorganizzavano in segreto, raccoglievano armi, studiavano la residenza del loro obiettivo e attendevano il momento giusto.
Quel momento arrivò nella gelida notte del 31 gennaio 1703, quando i 47 uomini si radunarono a Edo e marciarono verso la dimora di Kira. Travestiti da pompieri di ronda – una presenza armata ma non sospetta nelle città giapponesi – si divisero in due gruppi per attaccare simultaneamente gli ingressi principali. L’azione fu rapida, disciplinata, quasi rituale.
Fin dall’inizio, i rōnin dichiararono pubblicamente la natura del loro gesto. Guai a definirlo atto criminale! Era un katauchi, una vendetta d’onore. Messaggeri avvisarono i vicini, cartelli spiegavano le motivazioni dell’assalto, e nessuno intervenne.

Lo scontro con le guardie fu breve e sanguinoso. Le cronache sostengono come 16 uomini di Kira vennero uccisi e 22 feriti, senza che i rōnin subissero perdite. Presa la residenza, iniziò la ricerca del loro nemico, che si era nascosto in una legnaia. Quando finalmente trovarono Kira, tremante e incapace di reagire, Ōishi compì l’atto più carico di significato dell’intera vicenda: gli offrì la possibilità di morire onorevolmente, proponendogli di compiere seppuku con lo stesso wakizashi usato da Asano. Kira rimase in silenzio. Quel rifiuto che sapeva di impotenza sancì il suo destino. Ōishi lo decapitò, ponendo fine alla vendetta.
All’alba, i rōnin portarono la testa di Kira al tempio Sengaku-ji, sulla tomba di Asano Naganori. L’aggettivo perfetto da usare è “solennemente”. Durante il percorso la popolazione li accolse con rispetto, consapevole di assistere a un evento eccezionale. Compiuto il loro dovere, i rōnin non fuggirono, ma si consegnarono spontaneamente alle autorità, pronti ad accettare le conseguenze.

La decisione dello shōgunato fu complessa e sofferta, segno dell’ambiguità morale della vicenda. Alla fine, Tokugawa Tsunayoshi concesse loro il seppuku, riconoscendo implicitamente la nobiltà del gesto, e risparmiò Kichiemon Terasaka, affinché la storia potesse essere tramandata.
Il 31 gennaio 1703 divenne così una data fondativa del mito dei Quarantasette rōnin. Proprio per questo, la loro storia ha attraversato i secoli, diventando teatro, cinema, rituale commemorativo e paradigma etico, fino a trasformarsi in uno dei racconti identitari più potenti del Giappone.




