Almanacco del 23 gennaio, anno 1495: Alfonso II d’Aragona abdica al trono di Napoli in favore del figlio Ferrandino. Per il regno questo è uno dei momenti più drammatici e simbolicamente densi della sua storia. L’episodio del 23 gennaio 1495 è da intendere come un crocevia fra diverse tendenze storiche; in esso si condensò la crisi dinastica degli aragonesi a Napoli, l’invasione straniera e, ad uno sguardo più ampio, la rottura definitiva dell’equilibrio politico italiano quattrocentesco.

Prima di giungere all’avvenimento di cui sopra, facciamo un passo indietro della lunghezza di un anno. Alla morte di Ferrante d’Aragona, il 25 gennaio 1494, Alfonso II ereditò un regno formalmente solido ma in realtà profondamente lacerato. L’odio che gran parte della nobiltà e del popolo nutriva nei suoi confronti – conseguenza diretta della durissima repressione della congiura dei baroni e del suo stile di governo autoritario – esplose nel momento stesso in cui l’equilibrio internazionale venne meno.
La decisione di Ludovico il Moro di favorire la discesa in Italia di Carlo VIII di Francia trasformò rapidamente una crisi diplomatica in una minaccia esistenziale per la monarchia aragonese.

In questo contesto, Ferrandino, già duca di Calabria e capitano generale dell’esercito, emerse come figura opposta al padre per temperamento e percezione pubblica. Giovane, coraggioso, disciplinato con i suoi soldati e rispettoso delle popolazioni civili, si guadagnò una reputazione di sovrano “umano e benigno” ancora prima di salire al trono. Le cronache insistono parecchio su questo contrasto. Mentre Alfonso II era temuto e detestato, Ferrandino era sinceramente amato. Al punto che il suo nome divenne presto un punto di riferimento per chi sperava in una rigenerazione morale e politica del regno.
Quando Carlo VIII avanzò rapidamente verso Napoli e Roma aprì le porte ai francesi, Alfonso II comprese che la sua persona era divenuta un ostacolo alla sopravvivenza stessa della dinastia. La scelta dell’abdicazione, maturata fra gennaio e febbraio 1495, va dunque letta come un atto politico estremo. Un tentativo di salvare ciò che restava del consenso interno. Le fonti coeve, tuttavia, insistono anche su una dimensione quasi tragica e superstiziosa della decisione.

Secondo una tradizione ampiamente diffusa, Alfonso sarebbe stato profondamente scosso dal racconto dell’apparizione del fantasma del padre Ferrante a un medico di corte. Certo presagio della rovina imminente della Casa d’Aragona a causa dei suoi peccati. Che si tratti di leggenda o di costruzione moraleggiante a posteriori, il racconto restituisce molto bene il clima di angoscia e fatalismo che circondò gli ultimi giorni del suo regno.
Il 23 gennaio 1495 Alfonso abdicò formalmente in favore di Ferrandino (Ferdinando II di Napoli, se preferite) e si ritirò a vita monastica in Sicilia. Il passaggio di potere avvenne in un momento di emergenza assoluta. Infatti l’incoronazione avvenne mentre le truppe francesi avanzavano e gran parte delle città del regno si arrendevano senza combattere.
Eppure Ferrandino scelse consapevolmente una linea opposta a quella paterna. Fin dai primi atti di governo cercò di riconciliarsi con il popolo. Come? Ad esempio restituendo beni confiscati, liberando prigionieri politici e mostrando una disponibilità personale che le cronache sottolineano con insistenza. La sua decisione di affrontare il nemico uscendo incontro ai francesi anziché chiudersi difensivamente in Napoli, rispondeva tanto a un ideale cavalleresco quanto a una precisa strategia di legittimazione.

L’abdicazione di Alfonso II e l’incoronazione di Ferrandino rappresentarono il tentativo disperato di rifondazione del patto tra monarchia e sudditi. Se questo tentativo non bastò a impedire, nel breve periodo, la caduta del regno nelle mani francesi, esso contribuì però a fissare nella memoria collettiva l’immagine di Ferrandino come “re cavaliere”. Un ultimo difensore di una monarchia ormai al tramonto.
A cancellare ogni forma di speranza per i napoletani fu la malaria, che colpì fatalmente Ferrandino da poco sposatosi. Il 7 ottobre 1496, a un anno e mezzo dalla sua ascesa al potere, morì nelle sue stanze di Castel Capuano, a Napoli.




