Tutti noi conosciamo quella sensazione di amarezza e delusione sperimentata nel momento in cui notiamo che il colore del sangue che sgorga dal dito appena mozzato al marchese di turno non è blu, ma rosso; un triste, banale, scontatissimo rosso. Come dite? Non avete mai tagliato di netto il dito ad un nobile? Ah, dettagli. Scherzi a parte, l’espressione “sangue blu” relativa all’aristocrazia ha una sua radice storica concreta. Già lo sapete, siamo qui per approfondirla.

Penisola iberica, secoli centrali del Medioevo. Lo storico britannico Robert Lacey, a seguito di studi condotti sullo stile di vita dell’aristocrazia ispanica, ha formulato una teoria molto interessante. In Spagna, soprattutto a seguito dell’affermazione andalusa e della progressiva rivalsa cristiana, si generò una spaccatura evidente fra le classi sociali. Uno degli elementi che accentuavano senz’altro la differenza di status, era la pelle.
I nobili non lavoravano sotto il sole, il popolo minuto sì. Ne scaturiva una differenza di carnagione per la quale il contadino, esposto alla luce del sole, presentava tonalità più scure, mentre il nobile, bello comodo nella sua sfarzosa residenza, aveva la pelle decisamente più pallida. E cosa risalta se hai la pelle così chiara? Già, le vene di un colore bluastro!

Così in Spagna si prese come riferimento la sangre azul (sangue blu per noi) per attuare una distinzione di classe e, conseguentemente, di status. Lacey avvalora maggiormente la sua tesi, tirando in ballo il concetto di limpieza de sangre (purezza del sangue). Ne parlammo già in un vecchio articolo, dunque non mi dilungherò.
Ci basti sapere che per limpieza de sangre i cristiani spagnoli – e molto più nello specifico, l’aristocrazia di spada aragonese e castigliana – intendevano l’assenza nella genealogia di legami con gruppi etnici/religiosi diversi, come mori ed ebrei. Per estensione, si utilizzò la locuzione anche per differenziarsi dalle classi subalterne.

Quella di Lacey è una teoria curiosa e certamente valida, ma non è l’unica. Alcuni storici collegano il sangue blu dei nobili all’emofilia, di cui gli stessi soffrivano a causa di incroci consanguinei. Non a caso la chiamarono “malattia dei re”. L’emofilia in pratica determina una scorretta coagulazione del sangue, favorendo la comparsa di lividi e gonfiori di un colore associabile al blu. Suddette tumefazioni potrebbero aver partorito l’espressione del sangue blu.




