Poco, a dire il vero. O meglio: forse un collegamento c’è, ma alla lontana. Si sente spesso dire che il taglio cesareo deve il suo nome al fatto che Cesare nacque con tale sistema. Ma ciò non può essere vero: non solo tale pratica era nota ben prima dell’avvento di Cesare, ma la madre di Cesare morì anni dopo averlo dato alla luce. E all’epoca tale pratica chirurgica era eseguita su donne incinte morte.
Cesare, il taglio cesareo e quel falso mito

Il taglio cesareo, noto anche come parto cesareo, è un intervento chirurgico che permette il parto tramite l’estrazione del feto tramite laparatomia e isterotomia. In realtà questa pratica chirurgica è nota sin dall’antichità.
Una delle prime testimonianze scritte in merito la si trova nella Lex Caesarea, una legge romana del 715 a.C. la cui etimologia potrebbe derivare dalla parola “caedo”, ovvero “taglio”. Tuttavia per molti secoli fu eseguito solamente su una donna morta nel tentativo estremo di salvare il bambino, per poterlo battezzare o anche solo perché era vietato seppellire una donna incinta prima di aver estratto il feto.
Quest’ultima indicazione la si trova anche nella Lex Regia di Numa Pompilio, il cui testo è leggibile nel Corpus iuris civilis di Giustiniano, più precisamente nel Digesto. Questi bambini fatti nascere post mortem della madre erano chiamati caesones o anche caesares.

Arrivando nell’antica Roma, Plinio il Vecchio ci fa sapere che sia Manlio il Cartaginese che Scipione l’Africano erano chiamati “Cesari” in quanto nati in tale modo. Da qui deriva probabilmente il falso mito secondo il quale il termine sia originato da Giulio Cesare.
Ma questa è una leggenda metropolitana. In primis il taglio cesareo era praticato ben prima dell’epoca di Cesare. In secondo luogo Aurelia Cotta, la madre di Cesare, morì anni dopo la nascita del figlio. Probabilmente il cognome “Cesare”, almeno secondo quanto raccontato da Plinio il Vecchio, potrebbe derivare dal fatto che un antenato di Cesare nacque in questo modo.
Per il primo caso di taglio cesareo su madre vivente, documentato ovviamente, bisogna attendere quello realizzato da Jakob Nufer intorno al 1500. Si dice che l’uomo, il quale pare avesse avuto esperienze precedenti nel castrare i maiali, riuscì a estrarre un bimbo vivo dalla moglie, Elisabetta Alespachin. E quest’ultima sopravvisse alla procedura, tanto da riuscire ad avere anche altri figli.
Tale resoconto lo si trova nell’appendice del libro Isterotocotomia (Basilea, 1588), scritto da Francois Rousset nel 1581. Costui era un medico presso la corte di Carlo Emanuele I, duca di Savoia.

Questo medico, però, sosteneva che, dopo il cesareo, non fosse necessario suturare l’utero in quanto le sue capacità di contrazione avrebbero contribuito a farlo cicatrizzare. Il che non è affatto vero, il che forse spiega perché praticamente tutti i tagli cesarei dell’epoca finissero con la morte della partoriente.
Per il primo parto cesareo moderno, sempre fra quelli documentati, si intende, bisogna attendere il 1826. Il chirurgo inglese James Barry, che se ne occupò a Città del Capo. Tuttavia il metodo moderno è quello ascrivibile al ginecologo italiano Edoardo Porro.
Nel 1876 riuscì a salvare sia la madre che il figlio. La sua tecnica, però, prevedeva di asportare anche l’utero, il che impediva alle donne di avere ulteriori gravidanze. Tuttavia riuscì ad abbassare sensibilmente il tasso di mortalità. Per il taglio cesareo con conservazione dell’utero e sutura del medesimo, nel 1881 ci volle l’operato di Ferdinand Adolf Kehrer e Max Sanger, due ginecologi tedeschi.




