La città-fortezza di Palmanova nasce alla fine del Cinquecento come una vera e propria dichiarazione di potenza della Repubblica di Venezia. Ci si può girare attorno quanto volete, ma questa è una realtà dei fatti. Fondata il 7 ottobre 1593, in un momento in cui la Serenissima sentiva sempre più pressante la minaccia ottomana e la competizione con gli Asburgo, la città-fortezza fu concepita prima di tutto come macchina bellica razionale in ogni suo spigolo, e solo in seconda ratio come centro abitato.

La scelta del luogo, nella pianura friulana a pochi chilometri da Udine, rispondeva a precise esigenze strategiche. Avere un caposaldo in quest’area significava per Venezia controllare le vie di accesso orientali. Ergo, creare una barriera difensiva avanzata contro possibili invasioni.
Fin dall’inizio si pensò a Palmanova come una “città nuova”, progettata integralmente a tavolino dai migliori ingegneri militari dell’epoca. Dobbiamo nominare personaggi quali Giulio Savorgnan, Vincenzo Scamozzi e Bonaiuto Lorini. Essi applicarono i principi più avanzati della cosiddetta “fortificazione alla moderna” (di cui già conosciamo qualche esempio, anche se tardo seicentesco, anche se meridionale).

La celebre pianta a stella a nove punte, che le valse il nome di “Città Stellata”, per quanto affascinante dall’alto, all’epoca aveva ben poco a che fare con l’estetica. Diciamo che era più una questione di praticità, ecco. Ogni angolo, ogni misura, ogni allineamento rispondeva a un preciso calcolo difensivo.
I nove baluardi, enormi terrapieni rivestiti in pietra, erano studiati per deviare i colpi di artiglieria e permettere un fuoco incrociato continuo, eliminando i punti ciechi lungo il perimetro. Le cortine che li collegavano, insieme alle falsebraghe più basse, costituivano una difesa stratificata, capace di assorbire e rallentare qualunque assalto.

Persino le dimensioni erano funzionali. I circa 400 metri di ogni lato corrispondevano alla gittata efficace dei cannoni, così che l’intero perimetro potesse essere coperto dal fuoco difensivo. All’interno, la città era ordinata secondo uno schema che possiamo definire radiale perfetto. Passeggiando per le strade cittadine ce ne rendiamo conto ancora oggi. Gli edifici sono volutamente bassi, per non offrire bersagli visibili ai nemici e per non interferire con le linee di tiro dalle mura. Se l’occhio cade sul campanile del duomo si nota qualcosa di abbastanza insolito, almeno se accostato agli altri millemila campanili d’Italia. Quello di Palmanova è “contenuto” nelle dimensioni poiché, quando lo tirarono su, lo fecero in modo tale da non compromettere la funzione militare della piazzaforte.
A rendere Palmanova davvero temibile non era però solo ciò che si vedeva in superficie, ma soprattutto l’intricata rete sotterranea. Dalle logge poste sui baluardi partivano gallerie di transito abbastanza ampie da consentire il passaggio di soldati e cavalli, permettendo rapidi spostamenti lungo i circa quattro chilometri del fossato esterno che circondava la città. Questo sistema complesso e ridondante faceva sì che un eventuale assediante dovesse superare più livelli di difesa, ciascuno progettato per logorare uomini e mezzi prima ancora di raggiungere le mura principali.

Vi aspettate adesso che vi dica a quanti assedi Palmanova resistette, magari citando qua e là aneddoti sulla sua storia moderna. Rimarreste delusi nel sapere che, nonostante la fama di fortezza imprendibile, Palmanova non fu mai teatro di grandi assedi risolutivi. Proprio la sua perfezione difensiva (sulla carta) si tradusse in un effetto deterrente.
Nel corso dei secoli le autorità al comando ampliarono e “aggiornarono” la piazzaforte. Ciò accadde soprattutto sotto il dominio napoleonico e poi austriaco. Nel XIX secolo si aggiunsero una seconda e poi una terza cinta muraria. Oggi Palmanova è un raro esempio di città ideale rinascimentale giunta intatta fino a noi, tanto da essere inserita nel 2017 nella lista dei patrimoni mondiali dell’UNESCO come parte del sistema delle opere di difesa veneziane. La sua nomea di fortezza imprendibile nasce dunque non da battaglie leggendarie, ma dalla logica del progetto: una città concepita come un’arma, in cui geometria, ingegneria e guerra si fondono in modo quasi perfetto.




