Trent’anni di vita, una parabola che incomincia nel 1914 a Mosca, ancora per poco sotto le insegne dei Romanov, che attraversa la Gran Bretagna, la Francia occupata, e che termina fatalmente a Dachau, nome di luogo che parla da solo, in un triste giorno di settembre del 1944. Tre decenni sono bastati a Noor Inayat Khan, la principessa spia, per lasciare il segno nella storia del mondo. Se è successo, è stato un po’ per convinzione personale, un po’ per intreccio di necessità e contingenze. Dicasi “destino”.

Appunto, questi trent’anni di vita iniziano nella seconda città dell’Impero russo, Mosca. Proprio qui nasce Noor Inayat Khan. È figlia di un padre indiano musulmano e di una madre americana. Noor crebbe in un ambiente permeato da ideali spirituali e non violenti. Dopo un primo trasferimento a Londra allo scoppio della Grande Guerra, la famiglia si stabilì nei pressi di Parigi nel 1920, dove la giovane studiò psicologia infantile alla Sorbona e musica al conservatorio. Prima del secondo conflitto mondiale, aveva già pubblicato racconti per l’infanzia, tra cui una raccolta di leggende indiane. Ciò mostra, almeno secondo il parere di chi vi scrive, una sensibilità narrativa resa ancora più stridente dalla scelta successiva di entrare nel mondo dell’azione clandestina.
Arriva lei, la Seconda guerra mondiale, e per Noor Inayat Khan cambia tutto. L’invasione tedesca della Francia nel 1940 segnò una svolta decisiva. Fuggita in Inghilterra, Noor si arruolò volontaria nella Women’s Auxiliary Air Force e fu addestrata come operatrice radio.

Una conoscenza perfetta del francese, oltre che dell’ambiente parigino, attirò l’attenzione dello Special Operations Executive (SOE), il servizio segreto britannico creato nel 1940 su impulso di Churchill per sostenere e coordinare la resistenza nei territori occupati. Il ruolo di operatore radio era considerato il più pericoloso tra quelli assegnati agli agenti inviati in Francia. Il perché ve lo svelo subito. Le trasmissioni dovevano essere brevi per evitare la localizzazione tramite radiogoniometri tedeschi. Siccome quest’ultimi sapevano svolgere in modo eccelso il loro lavoro, l’aspettativa di sopravvivenza media per un’operatrice radio alleata era di poche settimane.
Nel giugno 1943 Noor si paracadutò nei pressi di Angers. Entrò quindi in una rete clandestina attiva nell’area di Parigi. Pochi giorni dopo il suo arrivo, la Gestapo smantellò la rete, eliminandone i membri. Da Londra giunse perentorio l’ordine di rientrare, ma Noor chiese di restare, assumendosi la responsabilità di mantenere in funzione quasi da sola le comunicazioni radio dell’intero settore parigino. Per circa quattro mesi trasmise informazioni sull’attività tedesca, coordinò l’invio di rifornimenti e facilitò l’esfiltrazione di agenti e prigionieri alleati, operando in condizioni di crescente isolamento e rischio.

Sapeva incontro a cosa andava, e puntualmente il fato presentò il conto dei suoi gesti. L’arresto, nell’ottobre 1943, avvenne in circostanze controverse. Probabilmente una soffiata proveniente da chi credeva di poter chiamare “amico” fece drizzare le orecchie alla polizia politica nazista. Si dice – ma le fonti sottolineano come si tratti di un’ipotesi – che a fare il nome della principessa spia fu Renée Garry. Anche lei operatrice per conto del SOE, anche lei legata sentimentalmente a un agente, France Antelme, con cui guarda caso Noor aveva instaurato una relazione.
Consegnata ai tedeschi, fu interrogata e classificata come “prigioniera altamente pericolosa”. Tentò la fuga, riuscendo a uscire dalla prigione con strumenti di fortuna, ma non fece molta strada. Le forze occupanti la trasferirono in Germania, mettendola in isolamento per mesi. Nel settembre 1944 fu deportata al campo di concentramento di Dachau, dove venne fucilata il 13 settembre; secondo alcune testimonianze, la sua ultima parola fu “Liberté”.

Un elemento particolarmente discusso nella storiografia riguarda il quaderno in cui Noor aveva trascritto in chiaro i messaggi scambiati con Londra, violando le rigide norme di sicurezza del SOE. Quando i tedeschi sequestrarono l’apparecchiatura radio, i cifrari e gli appunti, riuscirono a inviare messaggi falsificati al quartier generale britannico, provocando ulteriori arresti. Tra le conseguenze indirette vi fu la cattura dello stesso Antelme, rimandato in Francia tramite canali compromessi e poi deportato nel campo concentrazionario di Gross-Rosen, in Bassa Slesia, dove morì. Il caso di Renée Garry, processata dopo la guerra e assolta con una maggioranza risicata, rimase avvolto nell’ombra.
Dopo il conflitto, la memoria di Noor Inayat Khan fu oggetto di un lento riconoscimento ufficiale. La Francia le conferì postuma la Croix de Guerre. Nel Regno Unito ricevette la George Cross, una delle massime onorificenze civili per atti di eroismo, e fu nominata membro dell’Ordine dell’Impero britannico.

A voler concludere con una lettura riassuntiva del suo percorso di vita, oltre che storico, si può dire una cosa. Noor Inayat Khan è nata, vissuta e morta nel solco del paradosso. Figlia di un maestro sufi pacifista, educata alla non violenza, scelse di combattere il nazionalsocialismo non con le armi ma con la disciplina silenziosa delle comunicazioni clandestine, incarnando una forma di resistenza che univa idealismo spirituale e rigore operativo. Scelta che le è costata la vita, durata l’arco di trent’anni.




