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Per quale motivo gli Egizi rappresentavano le persone sempre di profilo?

Per quale motivo gli Egizi rappresentavano le persone sempre di profilo?

Il modo in cui l’arte egizia rappresenta la figura umana (un modo apparentemente rigido e “innaturale” agli occhi di un contemporaneo) è in realtà il risultato di una scelta teorica consapevole, sviluppata molto precocemente e mantenuta per millenni con una coerenza che mi permetto di definire sorprendente. Comprendere perché gli Egizi raffigurassero uomini, dèi e faraoni di profilo, secondo regole così precise, significa entrare nel cuore stesso della loro concezione del mondo.

Per quale motivo gli Egizi rappresentavano le persone sempre di profilo?

Va detto come parlare di “arte egizia” in senso generico significhi indicare una tendenza artistica di cui abbiamo traccia già nel IV millennio a.C. e che, per tramite di un’influenza immortale, tocca le ultime propaggini del XIX secolo! Solitamente si effettua una tripartizione su base cronologica. Secondo questa scansione abbiamo un’arte egizia predinastica, preistorica e dinastica.

Quale che sia il periodo, costante è la raffigurazione umana (e non solo) di profilo. Non è una scelta stilistica casuale, ma alla base c’è una motivazione. Facciamo un esempio: osservando una figura umana, notiamo come la testa appaia di profilo, per mostrare chiaramente naso e bocca, mentre l’occhio è frontale perché così risulta completo; il busto e le spalle sono ruotati in avanti per rendere visibili entrambe le braccia, mentre il bacino e le gambe tornano di profilo, suggerendo il movimento.

di profilo figure umane

Questa combinazione di punti di vista non rappresenta ciò che l’osservatore vede in un istante, ma ciò che l’intelletto sa del corpo umano nella sua totalità. Ogni parte è raffigurata nel suo “profilo migliore”, cioè nella forma più chiara, riconoscibile e funzionale. In questo senso l’immagine non è percettiva, ma concettuale.

La scelta è strettamente legata alla concezione egizia dell’esistenza. Le immagini, soprattutto quelle presenti nelle tombe e nei templi, avevano infatti un valore attivo. Sbagliatissimo credere fossero “solo” delle decorazioni. Esse dovevano garantire la sopravvivenza del defunto, rendere presenti gli dèi, fissare per l’eternità l’ordine del mondo. Una figura incompleta o ambigua avrebbe compromesso l’integrità dell’essere rappresentato.

Non esiste, nelle immagini egizie, un punto di vista soggettivo. Lo spazio non è naturale ma gerarchico, regolato dal principio di Ma’at, l’ordine cosmico. Le dimensioni delle figure dipendono dall’importanza sociale e religiosa. In questo sistema non esiste una separazione netta tra immagine e scrittura. Geroglifici e figure obbediscono alle stesse regole, tanto che un unico concetto, quello di sesh, indicava l’atto di scrivere e di tracciare immagini dotate di significato. Persino l’uso del colore rientra in un tale simbolismo. La pelle maschile dipinta di rosso-bruno non è realistica, ma allude alla vitalità, all’energia solare, all’azione, mentre le variazioni cromatiche riflettono ruoli e valori. Vedete, si va oltre l’apparenza!

di profilo tempio Antico Egitto

Parafrasando le parole della ricercatrice ed egittologa catalana Rosa Pujol, l’arte egizia è un sistema altamente codificato, in cui nulla è lasciato al caso. La postura, l’orientamento, le proporzioni e i colori concorrono a definire l’essenza del soggetto. Rappresentare una figura di profilo, combinando più punti di vista in un’unica immagine, significava dunque restituirla nella sua forma più vera, non secondo l’occhio umano, ma secondo l’ordine eterno del cosmo. È proprio questa fedeltà a un principio concettuale, più che naturalistico, ad aver reso l’arte egizia così coerente e riconoscibile nel corso dei millenni.