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Ötzi, l’uomo venuto dai ghiacci, ospitava il Papillomavirus

Una nuova ricerca pubblicata su bioRxiv ha suggerito qualcosa di inaspettato in merito a Ötzi, l’uomo venuto dai ghiacci. Nuove analisi, infatti, indicano che Ötzi fosse portatore di un ceppo ad alto rischio del Papillomavirus umano, quell’HPV16 oncogeno purtroppo diffuso ancora oggi. Il che vuol dire che se l’HPV16 era davvero presente negli antichi genomi umani, questo virus circolava negli essere umani moderni assai prima di quanto ipotizzato finora. E fa sorgere qualche dubbio in merito alla teoria secondo la quale il virus sarebbe entrato negli esseri umani moderni soprattutto tramite gli incroci con i Neanderthal.

Ötzi e il Papillomavirus oncogeno

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Crediti foto: @Museo Archeologico dell’Alto Adige

Attualmente la ricerca è in fase di pre-stampa, ovvero si tratta di una ricerca condivisa pubblicamente prima della revisione paritaria. Il team di ricercatori ha riesaminato i dati di sequenziamento del DNA di Ötzi, vissuto circa 5.300 anni fa e quelli di Ust’-Ishim, un uomo moderno di 45.000 anni fa trovato nella Siberia occidentale.

Sono così riusciti a stabilire che alcuni frammenti di DNA corrispondono all’HPV16 (i Papillomavirus in generale sono virus a DNA). Visto che il DNA antico è frammentato e la contaminazione è un problema sempre dietro l’angolo, ecco che gli autori hanno cercato di stabilire se le corrispondenze simili all’HPV fossero casuali o meno.

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Crediti foto: @NIAID/ CC BY 2.0

Juliana Yazigi, prima autrice dello studio, non ha dubbi: la corrispondenza è reale, questa è la “prova più antica dell’HPV”. Ma non sono tutti concordi con questa tesi. Koenraad Van Doorslaer dell’Università dell’Arizona, non coinvolto nello studio, ha spiegato a Live Science che l’argomentazione contraria al legame con i Neanderthal potrebbe essere “esagerata”.

Questo perché Ust’-Ishim ha già DNA di Neanderthal, il che fa sì che i due fattori contestuali relativi agli antenati Neanderthal e ai frammenti di HPV non escludono automaticamente la possibilità della trasmissione tramite l’incrocio.

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Crediti foto: @Museo Archeologico dell’Alto Adige

Ovviamente bisogna prendere questo studio con le pinze, almeno per il momento. In parte perché si basa su un numero limitato di DNA antico e poi anche perché è ancora in fase di pre-stampa, dovendo superare la revisione paritaria.

Ma se i risultati fossero confermati, ecco che potrebbe voler dire che l’HPV16 (o linee genetiche similari) erano già radicate nelle popolazioni umane moderne ben prima della tarda era Glaciale.