Immaginate di essere un normalissimo dipendente che lavora nel settore della telefonia e di star vivendo un’ordinaria giornata d’ufficio, come tante altre ce ne sono state e come tante altre ce ne saranno. Bevete il vostro caffè allungato in tazze da mezzo litro e ogni tanto scherzate col collega simpatico lì, nel vano accanto. Sul calendario l’ordinaria giornata di lavoro di cui parlo corrisponde al 14 ottobre 1930. Non è una data casuale, e presto ve ne rendete conto. Guardando fuori dalla finestra, notate che il panorama muta; cambia la prospettiva. Le colline sembrano spostarsi, persino gli edifici circostanti hanno un’angolatura diversa. È in quell’istante che vi sovviene un pensiero: il palazzo in cui vi trovate è l’Indiana Bell e quel giorno, per via di un progetto ingegneristico da urlo, l’hanno ruotato di 90° gradi con voi al suo interno. Sembra pura fantasia, ma è concreta realtà.

Al momento della sua costruzione, risalente al 1907, l’Indiana Bell era un palazzone di 8 piani, pesante non meno di 11.000 tonnellate. Lo adibirono a sede della Central Union Telephone Company, una delle compagnie telefoniche più importanti dello Stato dell’Indiana. Nel 1929, mentre la finanza e l’economia mondiale andavano a farsi benedire, una grande società del Texas, l’AT&T, per tramite di una filiale locale – la Indiana Bell Telephone Company – rilevò la compagnia con tutti gli uffici in sua gestione. Tra questi rientrava anche la sede centrale di Indianapolis.
La nuovissima proprietà adesso gestiva 5.000 dipendenti e deteneva circa 170.000 utenze telefoniche in tutto l’Indiana. Numeri impressionanti considerando l’epoca. L’enorme giro d’affari cozzava male con la disponibilità garantita dall’edificio operativo di Indianapolis, considerato fin troppo modesto, e decisamente demodé. Dunque l’AT&T si rivolse ad uno studio d’architettura locale, la Vonnegut & Bonn, chiedendo di procedere prima con la demolizione del vecchio palazzo, e successivamente con la costruzione da zero di un edificio in pieno stile déco.

Dallo studio risposero picche: i costi per una simile operazione sarebbero stati insormontabili. Inoltre demolire e ricostruire ex novo avrebbe comportato un’interruzione prolungata quasi dell’intero servizio telefonico statale. Bisognava procedere in un altro modo. Kurt Vonnegut Sr., titolare dell’impresa, si fece venire un’idea così folle da poter essere vincenye.
Propose di spostare l’Indiana Bell nel lotto adiacente. Significava traslare di 16 metri una costruzione di 11.000 tonnellate, alta circa 80 metri, facendola ruotare contemporaneamente di 90°. Piccolo dettaglio: il tutto sarebbe avvenuto senza interrompere il servizio telefonico, e mantenendo ogni tipologia d’utenza a carico dell’edificio (gas, acqua, energia elettrica).

Le danze ebbero inizio proprio il 14 ottobre 1930, terminando a distanza di un mese, il 15 novembre. In questo arco cronologico il piano ingegneristico trovò la sua più strabiliante espressione. Con i 600 impiegati all’interno dell’edificio, gli operai seguirono pedissequamente le direttive del signor Vonnegut.
Essi sollevarono le colonne dell’edificio dalle fondamenta mediante martinetti idraulici a vapore. Quindi le poggiarono su supporti temporanei in acciaio. Una batteria di 18 martinetti, azionati manualmente e costantemente sincronizzati, consentiva di far scorrere l’intera struttura su una serie di rulli realizzati con tronchi di pino e abete. Man mano che l’edificio avanzava e ruotava – con rigorosa lentezza, per non appena 38 centimetri all’ora – i rulli superati venivano recuperati e riposizionati davanti alla struttura, in un ciclo continuo che ricordava i sistemi di movimentazione dell’antichità, applicati però a un colosso dell’era industriale. Fili a piombo venivano utilizzati in ogni fase per controllare che l’edificio rimanesse perfettamente verticale, evitando torsioni o inclinazioni pericolose.

La stabilità strutturale era di primaria importanza, ma sul lato dell’accessibilità come si decise di procedere? Poiché l’ingresso cambiava progressivamente orientamento, realizzarono un marciapiede semicircolare, collegato all’edificio tramite un ponte mobile. Quest’ultimo permetteva a dipendenti e visitatori di entrare e uscire senza difficoltà, nonostante il lento ma costante mutamento di posizione della costruzione.
Quando l’edificio raggiunse la sua nuova collocazione, l’operazione poteva dirsi conclusa con successo. La vecchia sede della Central Union – ormai Indiana Bell – continuò a funzionare senza interruzioni fino al 1963, anno della sua definitiva demolizione. Mentre sul lotto liberato iniziava la costruzione di un nuovo grattacielo, quello visibile nel presente. Ancora oggi, la rotazione dell’Indiana Bell del 1930 è ricordata come una delle più impressionanti operazioni di spostamento di edifici mai realizzate nella storia.




