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Il Maharaja che salvò mille orfani polacchi durante la Seconda guerra mondiale

Il Maharaja che salvò mille orfani polacchi durante la Seconda guerra mondiale

Una delle pagine meno conosciute, ma incredibilmente commoventi, della Seconda guerra mondiale vede per protagonisti un Maharaja indiano e all’incirca mille bambini polacchi, in gran parte resi orfani dagli orrori del conflitto scatenato dalla Germania nazionalsocialista. Si tratta di un episodio emblematico, non solo per la bontà del gesto di cui vi parlerò nei seguenti paragrafi, ma soprattutto perché capace di contrapporre due fattori agli antipodi: da una parte il dramma collettivo e globale, dall’altra la potenziale generosità dell’individuo. Per fortuna, mentre l’Europa e il mondo intero sprofondavano nella distruttività delle logiche belliche, accadevano anche cose meno cupe e assai più belle, vicende che legavano parti del globo apparentemente intangibili, come la Polonia e l’India potevano essere.

Il Maharaja che salvò mille orfani polacchi durante la Seconda guerra mondiale

Un po’ di contesto. Dopo l’invasione della Polonia da parte di Germania e Unione Sovietica nel settembre 1939, centinaia di migliaia di polacchi furono deportati nei gulag siberiani o dispersi nei territori occupati. Tra di loro c’erano moltissimi orfani, sia cattolici sia ebrei, che vivevano in condizioni drammatiche, senza prospettive né protezione.

Il generale Władysław Sikorski, capo del governo polacco in esilio a Londra, definì quei piccoli sopravvissuti il “tesoro della Polonia”. Egli chiese aiuto a Churchill per garantirne la salvezza. Non tanto per volontà del Primo Ministro inglese, ma per la disponibilità di un altro uomo, si compì il miracolo. Quell’uomo apparteneva alla nobiltà principesca indiana, aveva un nome impronunciabile – Digvijaysinhji Ranjitsinhji; buona fortuna – ed era il Maharaja di Nawanagar, nord-ovest del subcontinente indiano.

Maharaja bambini campo di Balachadi

Fu così che nel 1942, circa mille bambini polacchi intrapresero un viaggio estenuante: dalla Siberia attraverso l’Asia centrale, fino all’India britannica, dove giunsero stremati. In quel momento, però, anche l’India attraversava anni difficili. Non dimentichiamoci come fosse ancora una realtà il dominio coloniale britannico, contro cui si poneva la lotta indipendentista, che si sarebbe realizzata nel 1947. Oltre ciò, quella parte dell’India soffriva in quegli anni una pesante carestia.

Nonostante tutto, il Maharaja di Nawanagar, noto anche come Jam Sahib (altro titolo onorifico per indicare il sovrano di uno stato principesco), aprì loro le porte. Creò un campo apposito a Balachadi, circa 25 km da Jamnagar, nell’odierno Gujarat. Lì i bambini trovarono non solo cibo e cure, ma anche dignità e calore umano.

Maharaja con gli orfani polacchi

Il Maharaja non si limitò ad accoglierli formalmente, ma si prese cura di loro come una vera figura paterna, al punto da dichiarare: «Forse non avete più i vostri genitori, ma ora sono io vostro padre». I bambini, commossi, lo chiamavano Bapu, che in gujarati significa appunto “padre”. Grazie al suo impegno, si costruirono scuole, case, spazi comunitari, affinché potessero crescere in un ambiente il più possibile sereno. Il campo rimase attivo fino al 1946, quando i ragazzi finirono a Kolhapur, altro centro di accoglienza per rifugiati polacchi.

Maharaja monumenti a Varsavia

L’iniziativa del Maharaja fu sostenuta logisticamente dalla Croce Rossa, dall’Esercito Polacco in esilio e dalle autorità britanniche coloniali. Ma tutti i testimoni concordano: fu lui, con la sua decisione personale e la sua autorità, a rendere possibile quell’ospitalità. La Polonia non ha dimenticato questo atto di umanità. Oggi a Varsavia c’è una piazza intitolata al “buon Maharaja”. Sempre nel Paese esiste anche una scuola a lui dedicata, in onore della sua attenzione all’educazione dei bambini. Ogni anno si ricordano i “bambini di Balachadi”, che grazie a quel rifugio poterono sopravvivere, crescere e, in molti casi, ricostruire la loro vita.