Nella necropoli di Dahshur, situata sulla sponda ovest del Nilo, esiste un complesso piramidale risalente al Medio Regno (2055-1650 a.C.) con un nome poco egizio e tanto europeo: mi riferisco alle Piramidi di Morgan. Ebbene, il nome si lega indissolubilmente alla persona di Jacques Jean Marie de Morgan, ingegnere minerario, geologo, esploratore amante dell’esotico e archeologo francese; uno che passò la vita scavando negli angoli più angusti del Caucaso (soprattutto in Armenia), della Persia e dell’Egitto.

E proprio in Egitto, fra il 1894 e il 1895, Jacques de Morgan fece la scoperta in grado di cambiargli per sempre l’esistenza. Da due anni ormai il francese era Direttore del Servizio di Antichità egizie. Il fiuto lo condusse a scavare a circa 10km a sud dall’arcinota Saqqara. Il luogo esatto si chiamava – e si chiama ancora oggi – Dahshur. La località (che in parte già conosciamo visto l’approfondimento tematico sulla particolarissima piramide di Snefru) era conosciuta già al tempo poiché sul suo suolo si ergevano ben tre piramidi della XII Dinastia. Nonostante ciò, la necropoli restava largamente inesplorata.
A partire dal 1894 de Morgan iniziò a stilare l’unica indagine documentata del complesso di cui disponiamo del tardo Ottocento. Non immaginiamo scavi rigorosamente metodici e ricerche sistematiche; fu più una “spolverata” alla ricerca di reperti di valore. Comunque meglio di niente, per carità.

In quel di Dahshur, l’archeologo trovò un complesso estremamente consumato dal tempo e dall’incuria, con poco più che alcuni resti sparsi della piramide del faraone Amenemhat II (vissuto a cavallo tra XX e XIX secolo a.C.). Dopo mesi di faticaccia, dovuta alla rimozione dei detriti nell’area, di fronte a de Morgan e alla sua squadra si palesò una vasta cavità rettangolare, con i bordi d’arenaria appositamente scolpiti. Si trattava quasi sicuramente di un ingresso… che li avrebbe condotti dove?
Nel febbraio 1895 ripulirono la cavità, riportando sotto la luce del sole un condotto sotterraneo, stretto e angusto. Lo percorsero, toccando i 6 metri di profondità. Jacques de Morgan si fermò solo quando il corridoio si interruppe, bloccato all’estremità da una parete in muratura. Ai lati, il nostro scorse due lastre in pietra calcarea; dopo averle rimosse, fece un’ulteriore scoperta: servivano a bloccare l’ingresso a due camere sepolcrali. Leggendo le iscrizioni geroglifiche, compresero si trattasse di due tombe reali, appartenute alle principesse Itit e Khnumit.

Gli ambienti si trovavano su livelli diversi, ma presentavano le medesime caratteristiche: sarcofago in arenaria, bara in legno, geroglifici sul vissuto e sull’identità delle donne. Lo stato di conservazione delle mummie era pessimo, ma fra le bende l’équipe trovò collane e braccialetti di grande valore. Forse non lo sapevano o forse lo sospettavano, ma era solo la punta dell’iceberg.
In un annesso della tomba di Itit de Morgan mise le mani sul corredo funebre, molto più che discreto, ma fu con la tomba di Khnumit che gli operatori fecero i salti di gioia. Accanto alla salma mummificata della principessa Khnumit si rinvennero reperti di raffinatissima fattura. La prima cosa che balzò all’occhio fu una maschera funeraria in oro, con dettagli in lapislazzulo e occhi in argento. Poi corone a forma di ghirlande di fiori, anch’esse dorate, e altresì decorate con pasta vitrea, corniola, turchese e lapislazzuli; una collana composta da geroglifici in oro finemente arricchita di decorazioni; monili e pietre preziose.

Si distinsero anche dei braccialetti in perline d’oro completati da rivetti molto elaborati. Fate attenzione a questo passaggio, poiché i bracciali potevano essere “letti” se chiusi attorno al polso. I due ganci altro non erano che le metà di un unico segno pittografico egizio; saldandosi, avrebbero rivelato un messaggio di buon augurio. Ad esempio, in uno si leggeva «Tutta la protezione e la vita!».
Potrei andare avanti ancora per molto, citando i vasi di ceramica contenenti cibo, gioielli o le viscere mummificate della defunta principessa. Ultima sorpresa fu una cassa contenente dei flaconi di profumo. L’archeologo Jacques de Morgan in quel 1895 si rese protagonista di una scoperta che gli egittologi considerano seconda solo a quella di Howard Carter, il britannico scopritore della tomba di Tutankhamon.




