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Gian Giacomo Mora, il barbiere che nel 1630 avrebbe portato la peste a Milano...

Gian Giacomo Mora, il barbiere che nel 1630 avrebbe portato la peste a Milano…

La peste di manzoniana memoria ce la ricordiamo un po’ tutti, almeno si spera. Meno noto è l’episodio giudiziario realmente accaduto che coinvolse un barbiere milanese, un influente commissario di sanità, un misterioso unguento e la smania, manifestata delle autorità ducali sotto il tacco spagnolo, di trovare a tutti i costi il primo untore, così da punirlo per ogni male causato alla città di Milano a partire dal 1629-30. Quella che segue è la storia di Gian Giacomo Mora, colui che avrebbe introdotto il morbo entro le mura della città lombarda.

Gian Giacomo Mora, il barbiere che nel 1630 avrebbe portato la peste a Milano...

Gian Giacomo Mora era un semplice barbiere. Nacque a Milano nel 1587 e visse a lungo in quella città, allora parte del vasto impero degli Asburgo di Spagna. Una cosa che è bene sapere è che a quell’epoca i barbieri non si limitavano a tagliare capelli o radere barbe. Spesso esercitavano anche piccole pratiche mediche, preparavano unguenti e svolgevano attività di cerusici. Quando la peste esplose con violenza nel 1629-1630, diffondendosi in tutta l’Italia settentrionale, molti cittadini cercarono rimedi preventivi e protettivi.

Caso volle che Mora, con l’autorizzazione dei commissari di Sanità (tenete bene a mente questo passaggio), iniziasse a preparare quindi un unguento in grado – così lui diceva – di proteggere dal contagio. In un clima di terrore collettivo, quel tipo di preparati era molto richiesto e veniva acquistato da numerosi milanesi. Tra i molti, un nome faceva un certo tipo di eco: quello di Guglielmo Piazza. Chi era? Semplicemente uno dei più autorevoli funzionari sanitari del capoluogo lombardo.

La situazione precipitò quando una donna del popolo, Caterina Rosa, dichiarò di aver visto Piazza compiere un gesto sospetto contro un muro della città, come se stesse spalmando una sostanza. Nella mentalità del tempo, dominata dal panico e dalla ricerca di colpevoli, si diffuse rapidamente la convinzione che la peste fosse diffusa deliberatamente da individui chiamati “untori“, accusati di spargere unguenti infetti sui muri o sugli oggetti pubblici.

Gian Giacomo Mora peste di Milano del 1630

Le guardie intervennero e in un lampo arrestarono Piazza, sottoponendolo a interrogatorio. Inizialmente negò tutto, ma dopo torture estreme finì per confessare e indicò Mora come il presunto fornitore dell’unguento pestifero. Le autorità procedettero immediatamente con una perquisizione nella bottega del barbiere. Qui trovarono vari ingredienti usati per preparare lozioni e medicamenti, ma anche sostanze ritenute sospette.

Da quel che dicono le cronache coeve, particolare impressione suscitò un recipiente contenente acqua con un deposito sul fondo. Sempre gli atti descrivono il misterioso fondo come “smoiazzo di morto”, cioè una presunta secrezione cadaverica. Trovarono inoltre due recipienti con escrementi umani. Mora spiegò che li conservava perché, vivendo momentaneamente nella bottega per non contagiare la famiglia, non utilizzava il condotto della latrina al piano superiore. Plausibile, per carità, ma la necessità di puntare il dito contro qualcuno (e alla svelta) prevalse su tutto il resto.

Gian Giacomo Mora sentenza libro

Il 26 giugno 1630 Gian Giacomo Mora finì agli arresti. Seguì il processo, con l’accusa di aver prodotto un unguento non curativo ma malefico, destinato a diffondere la peste tramite Piazza. Anche lui inizialmente respinse ogni accusa, ma la sempreverde tortura lo costrinse infine a confessare e a chiamare in causa altri presunti complici.

Il 1º agosto, Mora e Piazza furono condannati a una delle esecuzioni più atroci previste dal diritto penale del tempo. Il barbiere fu sottoposto al supplizio con pinze roventi; gli venne amputata la mano destra; poi tutte le ossa furono spezzate prima di essere legato alla ruota. Rimase esposto al pubblico per ore, finché non venne ucciso con il taglio della gola. Il boia bruciò infine il corpo e disperse le ceneri nel canale della Vetra. Nello stesso clima repressivo, i tribunali declararono la pena capitale per un totale di 13 complici.

Gian Giacomo Mora colonna infame

Dopo l’esecuzione, le autorità milanesi vollero trasformare il luogo della bottega di Mora in un monito permanente. Demolirono la casa del barbiere e al suo posto innalzarono un monumento infamante, passato alla storia come la “Colonna Infame“. Quest’ultima ricordava il presunto crimine degli untori e le pene inflitte loro, affinché la popolazione fosse ammonita contro simili delitti. Il monumento rimase in piedi per quasi un secolo e mezzo, simbolo della giustizia esemplare dell’epoca.

Solo nel XVIII secolo, con il mutare della sensibilità giuridica e scientifica, quel caso cominciò a essere percepito come un grave errore giudiziario. Il 25 agosto 1778 l’amministrazione austriaco-milanese abbatté la colonna. Con essa non venne meno la memoria dell’episodio. Gli abitanti finirono anzi per reinterpretarla come esempio dei pericoli del fanatismo e della paura collettiva.

Gian Giacomo Mora targa

Alessandro Manzoniimpossibile da non citare a tal riguardo – rese celebre la vicenda con la pubblicazione del saggio storico appendice de I promessi sposi, intitolato Storia della colonna infame (1840). Nell’opera lo scrittore analizzò gli atti del processo dimostrando come le confessioni affiorarono solamente sotto tortura e come la psicosi da epidemia avesse condizionato l’intero procedimento.

Oggi il luogo dove sorgeva la colonna si trova tra corso di Porta Ticinese e la via che porta il nome del barbiere, Via Gian Giacomo Mora, nel cuore di Milano. Qui una targa commemorativa del Comune riconosce l’ingiustizia subita dalle vittime del processo e chiede simbolicamente perdono per quella condanna. Accanto si trova una scultura moderna che richiama la colonna distrutta e una fiamma votiva. In questo modo la città ha trasformato un antico monumento di infamia in un luogo di memoria, ricordando come la paura, durante la devastante peste del 1630, abbia condotto a uno dei più celebri errori giudiziari della storia milanese.