Storia Che Passione
Foto del giorno: un neonato abbandonato a Černobyl’...

Foto del giorno: un neonato abbandonato a Černobyl’…

Fotografia degli Archivi Federali Russi, villaggio di Tatsenki, nei pressi di Černobyl’, Repubblica Socialista Sovietica Ucraina (URSS), 1986. Un “liquidatore”, vestito con una tuta protettiva e una maschera antigas, spinge una vecchia carrozzina. Dentro vi era un neonato ritrovato nel villaggio abbandonato di Tatsenki, uno dei tanti insediamenti evacuati dopo l’esplosione del reattore numero 4. Almeno questa è la versione che qualche sito o blog pseudoculturale vuole vendervi. Vi dico fin da adesso che al 99%, all’interno di quella carrozzina, non si trovava una piccola vita umana, ma ben altro. Quiz: secondo voi cosa?

Foto del giorno: un neonato abbandonato a Černobyl’...

Allora, la storia dell’incidente di Černobyl’ è stata più volte affrontata in questa sede (ad esempio parlando dei famosi “tre eroi”, o ancora del destino degli animali ivi presenti, ieri come oggi), perciò non mi dilungherò sulla cronaca degli eventi. Al contrario voglio affrontare il tema della risposta sovietica all’incedere del disastro. Dunque, cosa fece il governo dei soviet dopo la notte fra il 25 e il 26 aprile 1986?

Per affrontare l’immane emergenza, una delle cose che Mosca si prodigò a fare fu creare un corpo speciale: i likvidatory, letteralmente “coloro che eliminano”. Erano soldati, pompieri, ingegneri, minatori e semplici civili reclutati d’urgenza. Le stime ufficiali parlano di circa 600.000 uomini coinvolti tra il 1986 e il 1990. Il loro compito era quello di rimuovere le macerie radioattive, costruire il sarcofago di cemento attorno al reattore distrutto, decontaminare i villaggi e seppellire ogni cosa contaminata. Traducete “ogni cosa” in “case, animali, macchinari, l’asfalto delle strade”.

Černobyl’ mappa zone

All’inizio si cercò di utilizzare robot radiocomandati per raccogliere i detriti. Ma i livelli di radiazione, superiori ai 10.000 roentgen l’ora, mandavano in tilt i circuiti elettronici. Alla fine furono gli uomini, con pale e tute di gomma, a fare il lavoro delle macchine. Le protezione erano rudimentali. Spesso si trattava di mantelli di piombo improvvisati o di semplici divise di tela. Le dosi di radiazioni assorbite variavano enormemente, ma secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, 350.000 liquidatori ricevettero in media 100 millisievert, pari a 1.000 radiografie del torace. Migliaia morirono nei mesi e negli anni successivi per leucemie, tumori e malattie degenerative, anche se i numeri ufficiali (istantaneamente minimizzati e censurati) non si conoscono con esattezza.

La foto ci parla del lato “apparentemente” umano della vicenda. Un lato umano che, spiace deludervi, non esiste. Il liquidatore della foto, che spinge la carrozzina nera su una strada deserta, sembra uscito da una distopia. Già, perché come altro inquadrare un uomo solo in un mondo contaminato? La sua figura rappresenta il sacrificio silenzioso di coloro che tentarono di contenere l’impossibile. La carrozzina, invece, è un emblema dell’innocenza violata, dell’umanità messa di fronte alle conseguenze delle proprie ambizioni scientifiche e politiche. Bel racconto, vero…

Černobyl’ casa di Pryp"jat'

Dopo la diffusione della fotografia nei primi anni ‘2000, in tantissimi si sono posti la domanda delle domande: come caspita faceva un bambino, per di più neonato, a ritrovarsi solo in un villaggio abbandonato alle porte di Černobyl’? Suona strano solo leggerlo. E infatti ricerche approfondite hanno rivelato come il contenuto di quella carrozzina fosse tutto fuorché umano. Quasi sicuramente la carrozzina conteneva strumenti di rilevazione delle radiazioni.

Si trattava probabilmente di un dosimetro portatile o di altri apparecchi per misurare la contaminazione al suolo e nell’aria. La carrozzina serviva a trasportare in sicurezza il materiale radioattivo o sensibile, mantenendo una certa distanza dal corpo dell’operatore.