Fotografia di anonimo, Vittoria (Ragusa), Regno d’Italia, 1918/1919. Un folto gruppo di uomini in uniforme, ma senza mostrine, posa per una fotografia dal valore storico assoluto. Si tratta di un raro frammento fotografico in grado di raccontare una storia sconosciuta a gran parte degli italiani, ovvero quella della prigionia degli ungheresi in Sicilia durante e dopo la Prima guerra mondiale.

La prigionia degli ungheresi (e più in generale dei soldati austro-ungarici) in Sicilia durante la Prima guerra mondiale rappresenta, come anticipato, un capitolo poco noto. Tuttavia appare rivelatore, in questo senso: permette di osservare da vicino la crisi terminale di un impero multinazionale e, allo stesso tempo, le trasformazioni profonde della società italiana lontano dal fronte.
Quando l’Italia entrò in guerra il 24 maggio 1915, iniziò rapidamente ad affluire un numero crescente di prigionieri. Questi venivano catturati lungo l’Isonzo, nel Trentino e sul fronte alpino orientale. Un’ondata di prigionieri di guerra investì la Penisola sprattutto dopo il collasso dell’esercito asburgico a Vittorio Veneto nell’autunno del 1918.
Benché la stampa italiana li chiamasse semplicemente “austriaci”, questi uomini erano parte di un mosaico umano eterogeneo. Il riflesso chiaro ed evidente della struttura demografica della Duplice Monarchia. Dalle loro bocche uscivano parole in tedesco, ma anche in ungherese, ceco, slovacco, polacco, rumeno, ecc.
La scelta della Sicilia come destinazione per migliaia di prigionieri rispose a logiche precise. L’isola era lontana dal fronte, quindi sicura dal punto di vista militare. Soffriva di una grave carenza di manodopera agricola a causa della mobilitazione dei contadini. Inoltre disponeva di spazi adatti a una rete diffusa di campi grandi e piccoli.

A partire dal novembre 1915, la macchina statale trasferì i prigionieri via mare dai porti dell’Adriatico e li ridistribuì nell’interno, dando vita a un sistema capillare che arrivò a coinvolgere circa una trentina località. Il grande campo d’internamento di Vittoria, nel ragusano, divenne il cuore di questo sistema, ospitando per periodi variabili migliaia di uomini, soprattutto magiari. Mentre decine di campi minori affiorarono tra le province di Palermo, Catania, Agrigento, Messina e Siracusa.
Lo stato di prigionia degli ungheresi a Vittoria proseguì in conformità alla Convenzione dell’Aja del 1907. Almeno questo si evince dalle fonti ufficiali (poche) e da quelle che la storiografia successiva è riuscita a consultare. Si impiegò la truppa in lavori obbligatori: agricoltura, costruzione di strade, bonifiche, acquedotti, sistemazioni montane.
Il loro contributo fu essenziale per l’economia siciliana in tempo di guerra, ma le condizioni di vita furono spesso dure. Nonostante ciò, il trattamento risultò mediamente meno brutale rispetto a quello riservato ai prigionieri italiani nei campi austro-ungarici, come dimostra una mortalità inferiore, attestata intorno al 10-15%. Le principali cause di morte furono le malattie infettive e, soprattutto, l’influenza spagnola del 1918-1919, che colpì duramente campi sovraffollati e popolazioni civili.

I campi siciliani divennero veri microcosmi dell’Impero in dissoluzione. Sì, perché se è vero che gli ungheresi riflettevano una maggioranza (si stimano 18.000 uomini in tutta la Sicilia), essi non erano gli unici rappresentanti dell’esercito imperiale e regio. Le tensioni etniche non scomparvero, anzi, finirono per acuirsi in un simile contesto. Cechi e slovacchi, animati da aspirazioni indipendentiste, entravano spesso in conflitto con gli ungheresi più legati alla monarchia. I serbi e i croati si scontravano per ovvi motivi nazionalisti. Il dato religioso accentuava la divisione fra gli internati.
Dopo Caporetto, nel 1917, le notizie delle vittorie austro-ungariche alimentarono disordini e reazioni ostili, costringendo le autorità italiane a rafforzare la sorveglianza. Parallelamente, però, il contatto quotidiano con la popolazione locale favorì anche processi opposti: diffidenze iniziali lasciarono spazio a scambi, relazioni personali, talvolta a legami affettivi destinati a sopravvivere alla guerra.
Con l’armistizio del 4 novembre 1918, la prigionia non terminò immediatamente. Il rimpatrio fu lento e complesso, ostacolato dal crollo degli Stati di origine e dal caos dell’Europa centro-orientale. Molti prigionieri rimasero in Sicilia fino al 1920; alcuni decisero di non tornare affatto, integrandosi nella società locale. Oggi restano poche tracce materiali di questo sistema di internamento, ma persistono memorie familiari, cognomi, e luoghi simbolici come la Cappella Ungherese di Vittoria o le sepolture nei cimiteri siciliani.




