Fotografia di Marcos Prado, Brasile, 1992. Un carvoeiro (lavoratore del carbone) curvato dalla stanchezza, circondato dai resti della produzione carbonifera, con una fila di forni artigianali a cupola visibili sullo sfondo a sinistra. È un’immagine che parla di povertà, sfruttamento, di diritti umani e inquinamento. La fotografia appartiene in realtà ad un documentario girato alla fine dello scorso secolo e fatto uscire all’inizio di questo. Si intitola The Charcoal People (Os Carvoeiros), letteralmente il “popolo del carbone“. Per la regia di Nigel Noble. L’opera è basata sull’omonimo libro fotografico di Marcos Prado, che ha documentato per anni le condizioni di vita dei lavoratori migranti nelle foreste del Brasile.

Le scene che vedete qui sopra o nelle fotografie immediatamente successive, ritraggono i carvoeiros, ovvero i carbonai che lavorano in condizioni di estrema povertà per alimentare l’industria siderurgica brasiliana. Marcos Prado, l’autore delle fotografie, ha perseguito un obiettivo: esplorare il ciclo di sfruttamento che coinvolge sia gli esseri umani che l’ambiente, mostrando la distruzione delle foreste pluviali per produrre carbone vegetale.
Voglio farvi notare quanto sia interessante che lo stile visivo di questa serie richiama i lavori di un altro celebre fotografo brasiliano, Sebastião Salgado. Quest’ultimo lo nomino di frequente e per motivi solari. Le sue immagini in bianco e nero, in grado di catturare la fatica umana e le migrazioni di massa (come nella serie sulla miniera d’oro di Serra Pelada, trattata in tempi non sospetti) hanno fatto la storia della fotografia moderna. Ecco, Prado riprende questa cifra stilistica.

I suoi scatti offrono uno spaccato visivo su un’esistenza brutale e invisibile. La storia dietro queste immagini è quella di oltre 25.000 anime che, nel cuore del Brasile, consumano la propria vita per alimentare il mercato globale dell’acciaio. Tutto inizia con l’abbattimento sistematico di alberi e arbusti in un’area di savana vergine vastissima, grande quanto Francia, Italia e Inghilterra messe insieme. In questo scenario di deforestazione selvaggia, le leggi federali sulla riforestazione rimangono spesso lettera morta.
Il popolo del carbone recupera il legno e lo stipa in forni di argilla rudimentali, dove brucia per tre giorni consecutivi in un’atmosfera priva d’aria. Dantesco, così mi verrebbe da definire il calore raggiunto all’interno di queste strutture. In che senso? Le temperature oscillano tra i 500 e i 600 gradi centigradi. Per ottenere un solo metro cubo di carbone vegetale è necessario sacrificare quattro metri cubi di legna. Questo prodotto finale viene poi trasportato verso oltre 100 acciaierie, diventando il combustibile fondamentale per la produzione di ferro grezzo.

Uno degli aspetti più drammatici che emerge dal contesto di queste fotografie è la fine precoce dell’infanzia. I bambini lasciano i giocattoli a sette anni ed imparano subito ad abbattere gli alberi o ad aiutare i padri nella manutenzione dei forni. Il calore estremo rende l’argilla fragile come il vetro, richiedendo riparazioni costanti e pericolose che i più piccoli eseguono con mani già segnate dalla fatica.
Il legame indissolubile tra carbone vegetale e acciaio è emerso con forza nella prima metà del XX secolo, in particolare nello stato del Minas Gerais. La regione centrale dello stato, nota come “zona metallurgica”, ospitava le prime fucine sin dalla fine del XIX secolo grazie ai vasti depositi di minerale di ferro conosciuti come il “Quadrilatero del Ferro“.

Poiché il Brasile non disponeva di carbone fossile di alta qualità (fondamentale per le acciaierie europee o americane), l’industria si è rivolta alle immense riserve forestali. Dagli anni ’90, l’industria ha iniziato a migrare dal sud-est verso l’Amazzonia orientale, lungo il corridoio ferroviario di Carajás, per sfruttare nuove foreste vergini. Storicamente, la produzione si è retta su condizioni di lavoro precarie e salari bassi. Si è formato così un “popolo del carbone”, vessato da pratiche spesso associate a forme di schiavitù moderna. La verità è sotto gli occhi di tutti.




