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Foto del giorno: Ethel Hart, schiena d'acciaio

Foto del giorno: Ethel Hart, schiena d’acciaio

Fotografia di anonimo, luogo sconosciuto (probabilmente USA), 1940 circa. Ethel Hart, artista circense e donna forzuta della metà del XX secolo, flette i suoi straordinari muscoli dorsali. La fotografia si inserisce perfettamente in una tradizione, tanto afferente allo spettacolo quanto alla cultura sociale, che attraversa tutto il mondo circense tra fine Ottocento e prima metà del Novecento: quella delle strongwomen, o se preferite, le donne forzute.

Foto del giorno: Ethel Hart, schiena d'acciaio

Il nome di Ethel Hart, associato a questo scatto, resta oggi piuttosto sfuggente. Le fonti dirette sulla sua biografia sono estremamente scarse. Non compaiono, ad esempio, archivi dettagliati come per figure più celebri del settore. Questo, però, non è affatto insolito: i nomi di moltissime artiste circensi dell’epoca compaiono solo attraverso fotografie promozionali, manifesti o brevi citazioni su riviste di settore. Senza che la loro vita privata o carriera completa si trovi da qualche parte sottoforma di documentazione sistematica.

Proprio per questo, dobbiamo assumere la figura di Ethel Hart come parte di un fenomeno storico, e non come una personalità isolata. Tra la fine del XIX secolo e la metà del XX, circhi, vaudeville e sideshows – americani ed europei – offrirono uno spazio sorprendentemente ampio a donne che esibivano forza fisica, muscolatura sviluppata e capacità atletiche considerate allora radicalmente “maschili”. In un’epoca in cui l’ideale femminile dominante era fragile, domestico e contenuto, queste performer incarnavano una vera e propria rottura simbolica.

Ethel Hart muscoli dorsali

Ovviamente le donne forzute non si limitavano a posare. Ad esempio sollevavano pesi enormi; talvolta spezzavano catene e reggevano uomini sulle spalle. Potevano esibirsi in prestazioni quali il piegamento delle sbarre di ferro (un grande classico). La fotografia che immortala Ethel Hart fornisce anche uno spunto di riflessione affatto secondario, almeno a mio modesto parere: quello dell’estetica e dell’apparenza. La parola chiave in tal caso è “costume”. Spesso si trattava di un abito aderente, teatrale, con elementi “femminili” accentuati come pellicce, guanti o copricapi. Facile capire il significato del vestiario. Serviva proprio a giocare sul contrasto tra forza e femminilità, rassicurando il pubblico e allo stesso tempo destabilizzandolo.

Negli Stati Uniti, figure come Katie Sandwina, Charmion, Vulcana o Minerva divennero celebri già tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Alcune di loro superarono apertamente i colleghi uomini in prove di forza. La stampa era ghiotta di queste storie, chiamando le muscolose protagoniste “prodigi della natura” o più semplicemente “donne più forti del mondo”.

Ethel Hart donna forzuta

Ma negli anni a cui risale probabilmente la fotografia il fenomeno delle donne forzute stava già cambiando. Da un lato, la cultura fisica e il bodybuilding iniziavano lentamente a uscire dall’ambito circense per entrare in quello sportivo. Dall’altro, la Seconda guerra mondiale stava ridefinendo il ruolo femminile nella società, rendendo meno “scandalosa” l’idea di una donna forte, ma anche meno appetibile come attrazione eccezionale. Molte strongwomen finirono così ai margini, o furono assorbite in spettacoli sempre più nostalgici. Di questa tematica, ovvero della marginalità alienante che colpì personalità legate al circo, si è già discusso in passato. Consigliatissimo l’approfondimento su Mary Ann Bevan…