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Condannata all'impiccagione, sopravvisse e fu liberata: l'incredibile storia di Maggie Dickson

Condannata all’impiccagione, sopravvisse e fu liberata: l’incredibile storia di Maggie Dickson

Se avete visitato la suggestiva Edimburgo, è pressoché impossibile che abbiate schivato Grassmarket, lo storico mercato della città vecchia. Lo spiazzale al di sotto del celebre castello è parte integrante di un’arteria pedonale fra le più riconoscibili della capitale scozzese. I locali abbondano e ogni angolo pare possa raccontare una storia degna di essere ascoltata (o letta, nel nostro specifico caso). A qualcuno sarà capitato di avvistare un pub dall’insegna rossa e dal mobilio nero: il Maggie Dickson’s Pub. Un nome, quello di Maggie Dickson, se non siete scozzesi, anzi, se non siete edimburghesi, difficilmente vi dirà qualcosa. Ebbene, sappiate che dietro questo nominativo si cela una storia che ha dell’assurdo.

Condannata all'impiccagione, sopravvisse e fu liberata: l'incredibile storia di Maggie Dickson

Margaret “Maggie” Dickson nasce a Musselburgh, sobborgo a est di Edimburgo, intorno al 1702. Della donna non si sa praticamente niente, se non che in età adulta sposa un pescatore. Il matrimonio è più teorico che pratico, visto che l’uomo si arruola nella Royal Navy e parte per non fare più ritorno.

Rimasta sola, si trasferì nei Borders e trovò lavoro come domestica in una locanda a Kelso. Qui rimase incinta e, nel 1724, partorì in segreto. Il neonato morì poco dopo la nascita. La storia così raccontata non è che metta tutti d’accordo e qualcuno iniziò a far circolare la voce (non sappiamo dire fino a che punto fondata) che il neonato fosse stato ucciso dalla mamma. Secondo l’accusa, Maggie lo avrebbe annegato o gettato nel fiume Tweed. Secondo altre versioni, il bambino sarebbe nato morto e lei avrebbe tentato di occultarne il corpo per timore dello scandalo.

Maggie Dickson nel XIX secolo Grassmarket

Processata a Edimburgo, la corte la riconobbe colpevole di infanticidio e la condannò all’impiccagione. L’esecuzione ebbe luogo il 2 settembre 1724 a Grassmarket, il mercato che all’evenienza si tramutava nel luogo delle esecuzioni pubbliche. Il boia era John Dalgliesh. Dopo il tempo previsto sulla forca, un medico ne constatò il decesso. Come consentito dalla legge, il cadavere sarebbe potuto essere consegnato agli studenti di medicina per la dissezione, pratica allora limitata ai corpi dei criminali giustiziati. La famiglia, tuttavia, riuscì a riottenere la salma per riportarla a Musselburgh.

È durante il tragitto che si inserisce l’episodio destinato a trasformare un fatto giudiziario in leggenda. Mentre la bara sostava in una locanda si sarebbero uditi colpi e lamenti provenire dall’interno. I presenti aprirono la cassa, scoprendo l’assurdo: Maggie Dickson, impiccata poche ore prima, era viva! L’unica spiegazione possibile fu che il boia non fece a dovere il suo lavoro. La morte della donna fu quindi apparente.

Maggie Dickson pub Edimburgo

Cosa fare con la povera donna? Graziarla o farla salire di nuovo sul patibolo per finire quanto iniziato? Il dilemma non era fine a se stesso, anzi, fornì il pretesto giusto per aggiornare la norma giuridica. Secondo il diritto scozzese del tempo la sentenza era stata eseguita. Non essendo prevista la formula “fino alla morte” (che verrà adottata in seguito proprio per evitare casi simili), non poteva essere sottoposta a una seconda esecuzione per lo stesso reato. Ovviamente non mancarono le persone che, per motivi religiosi, si contrapposero all’ipotesi – mai davvero vagliata – di eseguire una seconda volta la condanna. Se Maggie Dickson non aveva conosciuto il trapasso, doveva per forza essere un segno della provvidenza.

Nel mese di ottobre 1724 la sua ricomparsa al Grassmarket attirò folle di curiosi. Il giornale Scots Magazine riportò addirittura la notizia (si conserva ancora oggi la pagina originale della rivista). Maggie tornò a vivere a Musselburgh, si ricongiunse al marito e visse, secondo la tradizione, per circa altri quarant’anni, morendo nel 1765.