Da sempre ci si interroga su come abbiano fatto gli abitanti dell’Isola di Pasqua a costruire ed erigere i colossali Moai. Ma a fornire una nuova soluzione adesso ci hanno pensato i ricercatori della Binghamton University. Il team ha creato il primo modello tridimensionale completo della cava di Rano Raraku, svelando dettagli inediti in merito al modo in cui questi antichi scultori polinesiani riuscirono a creare queste imponenti sculture.
I Moai come non li avete mai visti

Questa ricostruzione digitale in 3D ha sfruttato più di 11mila foto scattate da droni. In tal modo è stato possibile evidenziare la presenza di 30 distinte aree di lavoro. Pare che gli scultori polinesiani creassero simultaneamente in tali aree le imponenti figure di pietra. Il che va contro la narrazione classica secondo la quale tale costruzione avveniva in un’area centralizzata.
Il progetto che ha portato alla creazione di questo modello 3D è nato a seguito del devastante incendio che nel 2023 ha danneggiato la cava. Quando i ricercatori sono arrivati a Rapa Nui nel 2024, la comunità locale ha chiesto loro di redigere una documentazione completa nel caso in cui sito avesse subito danni permanenti.
Così il professor Carl Lipo del Dipartimento di Antropologia della Binghamton University, insieme ai colleghi Thomas Pingel e Kevin Heard del Dipartimento di Geografia, hanno subito colto la palla al balzo per creare quella che lo stesso Lipo ha definito come una “Disneyland archeologica”, solo in formato digitale.
Il team ha così effettuato circa 30 voli con i droni, scattando qualcosa come 22mila foto ad alta risoluzione, aumentando l’altezza di volo di 30 metri di volta in volta sopra il cratere vulcanico. Poi hanno usato un software per unire queste foto e creare un modello tridimensionale. Considerate che ci hanno messo mesi per realizzare la mappa interattiva che potete vedere.

Grazie a questa mappa, chiunque abbia una connessione internet può esplorare la cava da angolazioni impossibili da vedere anche quando si è presenti fisicamente in zona. Inoltre è possibile visualizzare dettagli che non si riescono a vedere da terra, esaminando aree che normalmente non è possibile raggiungere a piedi.
Questo perché la cava si trova all’interno di un cratere vulcanico troppo ripido e accidentato per essere attraversato in sicurezza. Il modello ha così permesso di accertare la presenza di ben 426 Moai in diverse fasi di costruzione e completamento, 341 trincee di estrazione, 133 cavità dove un tempo si trovavano le statue finite e 5 punti di ancoraggio sfruttati per calare le sculture lungo i pendii.
Erano anche presenti aree in precedenza sconosciute, come quelle di estrazione situate sul pendio esterno del cratere e un complesso sistema di fori e bitte scavati che permettevano di facilitare il trasporto delle statue. La ricerca, pubblicata sulla rivista PLOS One, ha dunque messo in discussione la narrazione secondo la quale la costruzione dei Moai avrebbe richiesto strutture politiche gerarchiche. Questo perché nelle 30 diverse aree di costruzione, gli scultori usavano tecniche di intaglio diverse, pur lavorando simultaneamente. Questo vuol dire che la produzione dei Moai seguiva un modello decentralizzato e basato sui clan, non un modello centralizzato.

Lipo ha sottolineato come il modello 3D abbia evidenziato la presenza di laboratori separati che si adattavano alle esigenze lavorative dei diversi gruppi di clan. Ma il modello digitale è andato oltre. Infatti i ricercatori sono riusciti a individuare la presenza di almeno tre diversi modi di estrazione.
In 143 casi gli scultori iniziarono definendo prima i tratti del viso, prima di delineare testa e corpo. In altri 120 Moai, invece, preferirono delineare completamente i blocchi prima di iniziare a lavorare sui dettagli. E in 5 Moai gli scultori partirono con incisioni laterali su pareti rocciose quasi verticali. Praticamente i diversi gruppi di scultori si adattavano di volta in volta alle condizioni geologiche locali, senza seguire procedure standardizzate imposte dall’autorità centrale.




