Lincoln fu il primo presidente degli Stati Uniti a essere assassinato. Cosa accadde quel 14 aprile 1865 lo sappiamo tutti. Se non ve lo ricordate, ne avevamo già parlato in precedenza. Quello che ci interessa oggi è che fine fecero gli assassini dopo l’omicidio di Lincoln. Questo perché le cose non erano andate esattamente come avevano immaginato.
L’assassinio di Abraham Lincoln

In teoria, infatti, Booth aveva organizzato il piano in maniera leggermente diversa. Quel pomeriggio del 14 aprile 1865 era andato al Ford’s Theatre per prendere la posta nella sua casella postale. Qui il fratello di John Ford, il proprietario, gli rivelò che Lincoln e Grant sarebbero andati quella sera a vedere la commedia in questione. Così Booth decise che quella sera avrebbe messo in atto il piano di uccidere Lincoln, visto che, avendoci lavorato spesso, conosceva bene quel teatro.
Nel pomeriggio Booth andò a casa di Mary Surratt a Washington, chiedendole di spedire un pacca nella sua pensione a Surrattsville, nel Maryland. Poi le chiese di dire all’inquilino che abitava lì di preparare le armi e le munizioni che aveva nascosto nella pensione in precedenza. Sarebbe passato lui stesso a prendere tutto più tardi. Mary Surratt acconsentì e partì insieme a Louis J. Wichmann, un suo pensionante e amico del figlio.
Alle sette di sera, Booth incontrò gli altri congiurati. Ordinò a Lewis Powell di uccidere il Segretario di Stato William H. Seward nella sua casa, mentre George Atzerdot avrebbe dovuto uccidere il vicepresidente Andrew Johnson al Kirkwood Hotel. David Herold, invece, avrebbe dovuto guidare Powell a casa di Seward e poi riportarlo al punto di ritrovo della banda nel Maryland.
Booth, invece, si riservò di sparare a Lincoln usando la sua Derringer e di accoltellare Grant. L’idea era quella di uccidere tutti quando nello stesso momento. Atzerdot, però, si rifiutò di procedere, sostenendo che inizialmente avevano deciso per un rapimento, non per un omicidio. Ma Booth gli disse che era troppo tardi per tirarsi indietro.
Quindi, nei piani di Booth, dovevano uccidere tutti i bersagli insieme e poi scappare. Ma non aveva fatto i conti col fato avverso.

Dopo aver ucciso Lincoln, Booth si era buttato giù dal palco, rompendosi una gamba. Era comunque riuscito a fuggire, anche perché sulle prime gli spettatori avevano pensato che quella rocambolesca fuga facesse parte dello spettacolo.
Qualcuno però capì cosa era successo, come l’avvocato Joseph B. Stewart, che si mise a inseguire Booth sul palco. Incitati dalle urla di Mary Lincoln, di Clara Harris e di Rathbone che stavano gridando “Fermate quell’uomo!”, altri uomini in platea si misero a inseguire l’omicida, ma nessuno lo raggiunse.
Booth, durante la fuga, uccise William Withers Jr, colpì Joseph “Peanuts” Burroughs, che gli stava tenendo il cavallo, e fuggì via. Mentre portavano Lincoln in una casa al di là della strada per cercare di prestargli qualche cura, Booth fuggì nel Maryland. In teoria nessuno poteva oltrepassare il Navy Yard Bridge dopo le 21 di sera. Ma arrivato qui, Booth disse al sergente Silas Cobb, di guardia al ponte, che stava tornando a casa. Cobb lo lasciò passare.
Meno di un’ora dopo anche David Herold attraversò il ponte e si incontrò con Booth. Recuperare le armi a Surratsville, i due andarono a casa del medico Samuel Mudd, il quale steccò la gamba di Booth.
Dopo un giorno di riposo, si recarono a Rich Hill, da Samuel Cox. Quest’ultimo li portò da Thomas Jones, il quale li nascose nella palude di Zekiah per altri cinque giorni, fino a quando non attraversarono il Potomac. Il 24 aprile arrivarono alla fattoria di Richard Garrett, un coltivatore di tabacco, spacciandosi per dei soldati confederati feriti.
I due rimasero qui un paio di giorni, fino a quando i soldati del 16° Cavalleria di New York non li scovarono. I militari circondarono il fienile dove i due dormivano, minacciando di dargli fuoco. Herold si arrese subito, ma Booth si rifiutò di uscire. Così i soldati bruciarono il fienile, mentre Booth cercava di scappare dal retro imbracciando un fucile e una pistola.
Il sergente Boston Corbett, però, sparò a Booth a livello della colonna vertebrale. Morì poco dopo. E Powell? Si era perso per Washington, visto che non aveva la guida di Herold. Dopo tre giorni riuscì a trovare la strada per la casa dei Surratt. Ma ad attenderlo qui c’erano gli investigatori. Provò a dire loro di essere un becchino assoldato da Mary Surratt, ma lei sostenne di non conoscerlo. Entrambi furono arrestati.
George Azterdot, invece, si era nascosto nella fattoria di un cugino a Germantown, nel Maryland. Ma anche lui fu scovato e arrestato. Entro la fine di aprile gli investigatori avevano arrestato anche gli altri cospiratori, tranne John Surratt che era riuscito a scappare in Canada. Successivamente si imbarcò per Liverpool e qui si stabilì nella chiesa di Holy Cross. Poi viaggiò per tutta l’Europa, riuscendo a trovare lavoro come guardia del Vaticano.
Ma un vecchio compagno di scuola lo riconobbe e allertò il governo statunitense. Così Surratt fu arrestato dalle autorità papali, ma in qualche modo riuscì a scappare. Solamente nel 1866 un agente segreto americano in Egitto riuscì a catturarlo. Processato l’anno dopo, grazie ad alcune testimonianze, riuscì a essere scagionato perché la giuria non riuscì a dimostrare che si trovasse in loco nel momento dell’omicidio. Morì poi nel 1916.
Ma non finì qui. Questo perché, mentre si cercavano i responsabili materiali dell’omicidio, ecco che furono arrestate decine di sospettati. Chiunque avesse avuto anche solo lontanamente a che fare con Booth o Herold durante la fuga, si beccò il carcere. E fra di essi figuravano Junius Brutus Booth, il fratello di Booth; John Ford, il proprietario del teatro (rimase in carcere per 40 giorni); James Pumphrey, il proprietario del maneggio da cui Booth aveva noleggiato i cavalli; Samuel Cox e Thomas Jones, i quali avevano materialmente aiutato Booth e Herold a fuggire.
Nel dubbio, le forze dell’ordine arrestarono tutti. La maggior parte di costoro, però, fu subito rilasciata. Solamente otto persone rimasero in carcere in attesa del processo: Samuel Arnold, George Atzerodt, David Herold, Samuel Mudd, Michael O’Laughlen, Lewis Powell, Edmund Spangler (uno degli addetti del teatro che diede il cavallo di Booth a “Peanuts” Burroughs), e Mary Surratt.
Il neo presidente Andrew Johnson decise di farli giudicare da un tribunale militare. Il che suscitò qualche polemica. Edward Bates e Gideon Welles sostennero che sarebbe stato meglio appoggiarsi a un tribunale civile. Ma James Speed, in qualità di procuratore generale, sostenne che gli imputati avevano agito come nemici della patria. Inoltre nel Distretto della Columbia era ancora in vigore la legge marziale.
Le regole alla base di questo processo erano semplici: il verdetto di colpevolezza richiedeva la maggioranza semplice. Per la sentenza di morte, invece, erano necessari i due terzi favorevoli. E l’unico che poteva concedere la grazia era il presidente Johnson.
Il processo andò avanti per sette settimane. 366 furono le persone chiamate a testimoniare, mentre il 30 giugno arrivò la condanna. Mary Surratt, Lewis Powell, David Herold e George Atzerodt furono tutti e quattro condannati all’impiccagione. Samuel Mudd, Samuel Arnold e Michael O’Laughlen ottennero l’ergastolo, mentre Edmund Spangler si beccò una condanna a sei anni.
Per quanto riguarda Mary Surratt, era la prima donna a essere condannata alla pena capitale. Cinque dei giurati provarono a chiedere clemenza al presidente, ma pare che Johnson rifiutò di concederla. Tuttavia successivamente il presidente dichiarò che non gli era mai arrivata nessuna richiesta di grazia.

Così Surratt, Powell, Herold e Atzerodt morirono impiccati presso l’arsenale di Washington il 7 luglio 1865. O’Laughlen, invece, condannato all’ergastolo, morì di febbre gialla in prigione un paio di anni dopo. Mudd, Arndold e Spangler ottennero la grazia da Johnson nel 1869. Fra l’altro Spangler morì nel 1875 continuando a proclamarsi innocente. Dal suo punto di vista aveva avuto solamente la sfortuna di essere la persona a cui Booth aveva chiesto di tenere il cavallo.
Per quanto riguarda il medico Mudd, i suoi discendenti ne proclamarono sempre l’innocenza. Lui aveva solamente soccorso un uomo ferito che si era presentato alla sua porta. In effetti il suo nome fu riabilitato solamente quando Jimmy Carter e Ronald Reagan scrissero delle lettere al nipote asserendo che il nonno non aveva commesso nessun reato. Ma ci sono alcuni storici che affermano che Mudd conoscesse Booth da prima e che fosse da tempo in contatto con lui.
Anzi: un’ipotesi sostiene che Mudd fosse una parte importante del piano di rapimento di Lincoln, dovendo fornire assistenza medica se fosse stata necessaria.
Così, dei tre ricercati presenti sul manifesto con le taglie per i cospiratori, solamente uno era ancora vivo. Nel manifesto, infatti, erano presenti Booth, Herold e Surrat. Solo che Booth era morto durante la cattura, Herold era finito impiccato e Surratt era in qualche modo l’unico a essere riuscito a scappare in Europa, rimanendo latitante fino al 1866. E anche quando lo catturarono, fu comunque scagionato.