Storia Che Passione
Accadde oggi: 6 febbraio

Accadde oggi: 6 febbraio

Almanacco del 6 febbraio, anno 1975: col favore delle tenebre, al Palazzo Ducale di Urbino va in scena un furto dal sapore romanzesco. Vengono sottratte tre inuguagliabili opere pittoriche del Rinascimento italiano. Esse sono La Muta di Raffaello, Flagellazione di Cristo e Madonna di Senigallia di Piero della Francesca.

Accadde oggi: 6 febbraio

Storia dell’arte, cronaca nera e incredulità generale s’incontrano. Dalla loro unione sorge il furto delle tre opere di cui sopra dal Palazzo Ducale di Urbino. Vi avverto, sembra di star leggendo un romanzo, o di star guardando un film avvincente. E non a caso, ancora oggi, si tende a ricordare l’episodio del 6 febbraio ’75 come il “furto del secolo”, almeno nel panorama museale italiano del Novecento.

Fino al 1975, il Palazzo Ducale era ritenuto un luogo sostanzialmente inespugnabile. Non perché dotato di sofisticati sistemi di sicurezza – che anzi mancavano del tutto – ma per una fiducia quasi sacrale nella solidità dell’edificio, nella sua posizione e, qui forse sta l’inghippo, nella vigilanza umana. Un’idea di protezione figlia di altri tempi, quando il valore simbolico del luogo sembrava bastare a scoraggiare qualsiasi tentativo criminoso.

6 febbraio Palazzo Ducale di Urbino

Tale convinzione crollò nella notte tra il 5 e il 6 febbraio 1975. Urbino era immersa nel gelo e nella nebbia, e il Palazzo Ducale si presentava in una condizione particolarmente vulnerabile. Già, perché le impalcature esterne, montate per lavori di ammodernamento, offrivano involontariamente un accesso agevole ai piani alti. A ciò si aggiungano dettagli quali: nessun impianto d’allarme attivo e la mancanza dell’energia elettrica (per ragioni mai del tutto chiarite, disattivata di notte). I custodi, armati soltanto di torce, effettuavano ronde ogni circa due ore, rendendo i loro movimenti facilmente prevedibili dall’esterno grazie ai fasci di luce visibili dalle finestre.

Un colpo elementare per dei ladri pazienti e rigorosi. Infatti bastò un breve appostamento per studiare i tempi della sorveglianza, scalare l’impalcatura, attraversare il giardino e introdursi nella sala che custodiva tre dei massimi capolavori della Galleria Nazionale delle Marche. Nell’ordine: La Muta di Raffaello; la Madonna di Senigallia e la Flagellazione di Cristo, entrambi di Piero della Francesca.

6 febbraio La Muta

La notizia ebbe un impatto devastante sull’opinione pubblica italiana e internazionale. Mai prima di allora opere di tale importanza erano state sottratte con tanta facilità da un museo statale. Colpisce, in retrospettiva, il tono quasi supplichevole con cui le autorità, prima ancora di avviare sistematiche indagini, si rivolsero ai ladri. Si diramò un appello accorato a maneggiare i dipinti con estrema cura, a non toccarli con mani nude e, se possibile, ad avvolgerli in panni di velluto per proteggerli.

Ed è proprio questo dettaglio a innescare una svolta decisiva. Poche ore dopo il furto, una giovane donna si reca al mercato di Pesaro per acquistare una quantità insolitamente grande di velluto, su richiesta del fidanzato. L’anomalia della richiesta la turba. Confidandosi con la madre, le due decidono di parlarne con un carabiniere in pensione, amico di famiglia. L’ex militare comprende immediatamente la gravità della situazione e fornisce ai colleghi ancora in servizio l’intuizione decisiva.

6 febbraio flagellazione di Cristo

Le indagini conducono rapidamente a Elio Pazzaglia, falegname di Pesaro, lontanissimo dallo stereotipo del ladro d’arte internazionale. Il furto, infatti, non era opera di una raffinata organizzazione criminale, ma di un gruppo improvvisato, convinto di poter rivendere i dipinti sul mercato nero. Fecero un errore clamoroso, che mai nessun ladro d’élite avrebbe commesso: quelle opere erano troppo celebri, troppo riconoscibili, troppo sorvegliate dall’attenzione mondiale perché un collezionista, anche il più spregiudicato, potesse rischiare di acquistarle.

A questo punto la storia assume tinte ancora più drammatiche. Incapaci di monetizzare il bottino e terrorizzati dall’attenzione mediatica, i complici di Pazzaglia trasferiscono le opere oltre il confine svizzero e maturano l’idea più folle. Esatto, l’intuito non v’inganna. Pensarono di distruggerle, così facendo, si sarebbero liberati di una refurtiva ormai ingestibile.

6 febbraio Madonna di Senigallia

È qui che entra in scena Maurizio Balena, antiquario di Rimini, figura chiave dell’operazione di recupero. Balena contatta i ladri fingendo di avere un acquirente interessato. I malviventi sospettano un tranello, e il piano sembra sul punto di fallire. Ma l’antiquario la sa lunga. Egli confida che dietro l’acquisto ci siano sì i carabinieri, ma che l’obiettivo non sia l’arresto bensì il recupero delle opere a qualsiasi costo, anche pagando un riscatto per “salvare l’onore dello Stato”.

La motivazione è così folle da poter funzionare. E infatti funziona! La pressione psicologica tramortisce i ladri, solo desiderosi di sbarazzarsi dei dipinti. La trappola è pronto e loro ci finiscono dentro con tutte le scarpe. Le opere vengono recuperate integre e, il 29 marzo 1975, tornano finalmente a Urbino. Una folla festante accoglie il loro rientro al Palazzo Ducale. Si respira aria di felicità, ma anche di sana incredulità. Il furto del secolo del 6 febbraio 1975 ha la sua degna conclusione.