Almanacco del 31 agosto, anno 1997: all’ingresso della galleria sotto il Pont de l’Alma, Parigi, avviene un grave incidente stradale. Quest’ultimo sarà fatale a Diana Spencer, l’imprenditore egiziano nonché suo compagno Dodi Al-Fayed e al conducente Henri Paul. Il quarto uomo a bordo, Trevor Rees-Jones, guardia del corpo personale di Al-Fayed, sopravvivrà allo schianto.

La notte tra il 30 e il 31 agosto 1997 segnò uno dei momenti più drammatici e sconvolgenti della storia recente europea: la morte di Diana Spencer, principessa di Galles. L’incidente che ne causò il decesso non fu soltanto un tragico evento di cronaca, ma anche uno spartiacque emotivo per milioni di persone in tutto il mondo, che vedevano in lei una figura pubblica capace di incarnare empatia, modernità e vicinanza al popolo.
La sera del 30 agosto Diana si trovava a Parigi insieme al compagno Dodi Al-Fayed. I due erano reduci da un soggiorno in Sardegna, trascorso sullo yacht della famiglia Al-Fayed, e avevano deciso di fermarsi per una notte all’Hôtel Ritz, anch’esso di proprietà del padre di Dodi. Lì, tuttavia, la coppia si accorse ben presto di essere sotto l’attenzione dei paparazzi, che li seguivano con insistenza. Per sfuggire all’assedio mediatico, si decise di lasciare l’albergo da un’uscita secondaria e raggiungere un appartamento privato di Mohamed Al-Fayed in rue Arsène Houssaye.

Alle 00:20 del 31 agosto, a bordo di una Mercedes-Benz S280, partirono da una porta secondaria del Ritz. Al volante c’era Henri Paul, vicecapo della sicurezza dell’hotel; accanto a lui, sul sedile del passeggero, Trevor Rees-Jones, guardia del corpo di Dodi. Dietro, la principessa e il compagno. Una seconda vettura, vuota, uscì appositamente dall’ingresso principale per depistare i fotografi, ma l’espediente si rivelò insufficiente. Alcuni paparazzi individuarono ugualmente l’auto e si lanciarono all’inseguimento.
Henri Paul, nel tentativo di seminarli, imboccò cours Albert e poi la galleria del Pont de l’Alma a velocità elevata. Alle 00:23 del 31 agosto, nel tratto in discesa che precede il tunnel, la Mercedes sbandò e andò a urtare violentemente il tredicesimo pilastro del sottopasso. L’impatto fu devastante. Sul posto giunsero immediatamente i paparazzi che li seguivano, i quali chiamarono i soccorsi ma, al tempo stesso, scattarono fotografie che in seguito suscitarono un acceso dibattito etico.

La scena che i primi soccorritori trovarono era drammatica: Dodi Al-Fayed e Henri Paul risultarono praticamente privi di vita, mentre Diana e Trevor Rees-Jones mostravano ancora segni vitali. La principessa, ferita gravemente al torace, venne trovata cosciente e in grado di mormorare poche parole, ma le sue condizioni peggiorarono rapidamente. Estratta dall’auto poco dopo l’una di notte, subì un arresto cardiaco. Riuscirono solo momentaneamente a rianimarla. Trasportata all’ospedale Pitié-Salpêtrière, vi giunse alle 2:06, ma le lesioni interne riportate si rivelarono irreversibili. Il cuore si era spostato dalla sede naturale, lesionando la vena polmonare e il pericardio. Alle 4:00 del mattino, la principessa di Galles venne dichiarata morta.
Gli operatori del pronto intervento dichiararono Dodi Al-Fayed e Henri Paul deceduti poco dopo l’incidente. Li portarono direttamente all’obitorio. Rees-Jones, l’unico sopravvissuto, riportò gravissime lesioni al volto e necessitò di un lungo intervento chirurgico. Sopravvisse per un semplice motivo: a differenza degli altri, indossava la cintura di sicurezza.

Le successive indagini, condotte sia dalle autorità francesi sia dalla polizia britannica, giunsero a conclusioni convergenti. La responsabilità principale fu attribuita alla condotta di guida di Henri Paul. Egli, al momento dell’incidente, aveva un tasso alcolemico superiore ai limiti consentiti e tracce di psicofarmaci nel sangue. La velocità della vettura, stimata intorno ai 110 km/h nel tratto in cui perse il controllo, era superiore al limite previsto ma non eccezionalmente alta. Un ulteriore fattore che rese fatale l’impatto fu la mancanza di barriere protettive a difesa dei pilastri nel tunnel del Pont de l’Alma, contro cui l’auto andò a schiantarsi senza ostacoli intermedi.
Il mancato uso delle cinture di sicurezza da parte di Diana e Dodi risultò decisivo. Paradossalmente, i posti posteriori rimasero meno devastati rispetto alla parte anteriore del veicolo, e la cintura avrebbe potuto ridurre l’entità delle lesioni. La tragica fatalità trasformò invece quel tratto di strada in un luogo simbolico di lutto collettivo.

Il 31 agosto 1997 divenne così una data impressa nella memoria mondiale. La notizia della morte di Lady Diana si diffuse rapidamente attraverso i telegiornali internazionali e, nelle ore seguenti, folle immense si radunarono davanti a Kensington Palace e Buckingham Palace, depositando fiori, messaggi e ricordi. L’incidente del Pont de l’Alma non segnò soltanto la fine di una vita giovane e amata, ma rappresentò anche l’inizio di una riflessione globale sul rapporto tra celebrità, media e diritto alla privacy, con la figura di Diana trasformata in mito e leggenda della fine del XX secolo.