Almanacco del 18 marzo, anno 1812: le Cortes riunite a Cadice, in Spagna, approvano la prima carta costituzionale spagnola, passata alla storia come la Costituzione di Cadice o come La Pepa. Il giorno successivo, 19 marzo, giorno di San Giuseppe (ecco perché “La Pepa”), il parlamento tradizionale iberico passò alla promulgazione della stessa, segnando un momento storico epocale per la Spagna e, implicitamente, per l’Europa tutta.

La Costituzione spagnola del 1812 fece la sua apparizione in uno dei momenti più drammatici della storia iberica. Dopo l’invasione napoleonica del 1808 e l’insediamento sul trono di Giuseppe Bonaparte, la monarchia borbonica era crollata e gran parte del territorio iberico si trovava sotto occupazione francese. In questo scenario di guerra e di vuoto di sovranità, l’unico spazio realmente libero rimasto era Cadice, città portuale protetta dalla flotta britannica.
Ed qui che il 24 settembre 1810 si riunirono le Cortes, i parlamenti rappresentativi iberici. C’era una grande differenza rispetto al passato: non era un re a convocarle. Le Cortes di Cadice incarnarono la sovranità del Paese in assenza del sovrano legittimo. Dopo due anni di lavori intensissimi, il 18 marzo 1812 le Cortes approvarono un testo di 384 articoli. Il giorno seguente lo promulgarono.
Si trattava di una costituzione votata, non concessa dall’alto, e questo elemento segnava una cesura decisiva con l’antico regime. Il principio cardine era la sovranità nazionale. Essa non risiedeva più nella persona del re, ma nella nazione. Tuttavia, il concetto di “nazione” nel 1812 non coincideva ancora con la piena elaborazione romantico-nazionalista che si sarebbe affermata nel secondo Ottocento. Immaginiamocela piuttosto come un’entità politico-giuridica fondata sull’accordo delle diverse componenti dei domini spagnoli, comprese le province d’oltremare, e rappresentata istituzionalmente nelle Cortes.

Lo Stato veniva definito monarchia costituzionale ed ereditaria. Al re spettava il potere esecutivo, esercitato attraverso segretari (ministri) da lui nominati, sebbene il loro numero fosse stabilito dalle Cortes. Il monarca manteneva il diritto di veto sospensivo sulle leggi e nominava i magistrati, affiancato da un Consiglio di Stato i cui membri erano scelti su proposta parlamentare.
Il potere legislativo era affidato a un sistema monocamerale: le Cortes, elette ogni due anni attraverso un meccanismo elettorale indiretto e piramidale che partiva dalle parrocchie, saliva ai distretti e alle province, fino a giungere all’assemblea nazionale. Il suffragio era formalmente ampio sul piano maschile, ma mediato da più gradi di selezione. Significativo era comunque l’assenza di rappresentanza separata per nobiltà e clero, segno di una volontà di superamento dell’ordine corporativo.
Il testo disciplinava con notevole dettaglio ambiti fondamentali: l’organizzazione delle amministrazioni locali, la milizia nazionale, l’istruzione pubblica, il sistema fiscale e perfino le procedure di revisione costituzionale. In campo religioso, tuttavia, manteneva una posizione rigidamente confessionale. La religione cattolica, apostolica e romana era dichiarata unica vera, e ogni altro culto era vietato. In ciò emergeva il compromesso tra istanze liberali e tradizione cattolica, tratto distintivo del costituzionalismo spagnolo dell’epoca.

L’esperimento ebbe vita travagliata. Il 4 maggio 1814, rientrato in patria dopo la caduta di Napoleone, Ferdinando VII abolì la Costituzione e restaurò l’assolutismo. Solo nel 1820 La Pepa fu ripristinata durante il cosiddetto Triennio Liberale, prima di essere nuovamente soppressa nel 1823 con l’intervento della Santa Alleanza.
Nonostante la sua applicazione intermittente, la Costituzione di Cadice esercitò un’influenza profonda. Divenne un modello per i movimenti liberali europei e latinoamericani, ispirò le carte costituzionali di vari Stati italiani durante i moti del 1821 e del 1848, e contribuì in modo decisivo alla diffusione del principio della sovranità nazionale nel mondo iberico.




