Fotografia di anonimo, da qualche parte nell’Europa nord-occidentale, 1950 circa. Una delle tante fortificazioni costiere realizzate dai nazisti per implementare il sistema detto “Vallo Atlantico” (in tedesco “Atlantikwall”), ideato per difendere le posizioni tedesche da un eventuale sbarco alleato in Europa settentrionale. Benché dallo scatto non si riesca ad evincere l’esatta posizione del bunker, la sua resta comunque una storia accomunabile a quella di tante altre strutture del medesimo sistema.

Già dopo l’occupazione delle Isole del Canale nel 1940, i tedeschi iniziarono a fortificare massicciamente quelle posizioni. Tuttavia, fu solo con la Direttiva n. 40 emanata da Adolf Hitler il 23 marzo 1942 che il progetto assunse una dimensione sistematica. Le incursioni britanniche contro basi navali e sottomarine nel nord della Francia avevano dimostrato la vulnerabilità delle coste occupate. Hitler ordinò quindi la costruzione di una linea difensiva continua, prevedendo fino a 15.000 fortificazioni presidiate da 300.000 uomini.
La realizzazione venne affidata all’Organizzazione Todt, già responsabile della Linea Sigfrido (tra Francia e Germania). La manodopera era composta in larga parte da prigionieri e lavoratori forzati provenienti dai territori occupati. Tuttavia, le difficoltà logistiche, la carenza di materiali e la priorità data al fronte orientale impedirono di completare il progetto secondo i piani iniziali. Nella prima fase si privilegiarono le basi navali e i grandi porti, considerati obiettivi primari di eventuali sbarchi.

Nel novembre 1943, Hitler affidò la supervisione delle difese occidentali al feldmaresciallo Erwin Rommel. Quest’ultimo, dopo aver ispezionato il fronte dalla Danimarca alla Francia, trovò il Vallo Atlantico tutt’altro che insuperabile: molte posizioni erano incomplete, scarsamente presidiate o mal coordinate.
Convinto che l’invasione degli Alleati fosse imminente e che la Germania non potesse permettersi una guerra prolungata su tre fronti (a Oriente, Occidente e in Italia), Rommel ritenne fondamentale fermare il nemico direttamente sulle spiagge. Rafforzò quindi le difese costiere con batterie d’artiglieria, capisaldi in cemento armato, estesi campi minati e ostacoli anticarro. Sono quelli che vediamo in fotografia e che ancora oggi si possono visitare, così in Normandia, come in Belgio e nei Paesi Bassi.
In mare fece predisporre cinture di barriere subacquee; nell’entroterra ordinò l’allagamento di zone pianeggianti e la posa dei cosiddetti “asparagi di Rommel”. Un nome ad effetto per indicare sostanzialmente dei pali con mine volti ad ostacolare gli sbarchi aviotrasportati.

Il settore occidentale era formalmente sotto il comando dell’OB West del feldmaresciallo Gerd von Rundstedt. Rommel guidava il Gruppo d’Armate B, comprendente la 15ª Armata nel Pas-de-Calais e la 7ª Armata in Normandia. Le divisioni disponibili erano numerose sulla carta – ben 51, di cui 13 corazzate e/o meccanizzate – ma la qualità variava molto. Infatti molte unità erano composte da soldati anziani, convalescenti o provenienti da reparti della Luftwaffe.
La questione centrale riguardava l’impiego delle divisioni corazzate. Rommel sosteneva che dovessero essere schierate vicino alla costa per reagire immediatamente allo sbarco: la supremazia aerea alleata, a suo avviso, avrebbe impedito qualsiasi rapido spostamento da retrovie lontane.

Di opinione diversa erano von Rundstedt e il generale Leo Geyr von Schweppenburg, sostenuti anche da Heinz Guderian (abilissimo generale tedesco, vertice di comando delle Panzer-Division). Essi proponevano una riserva corazzata concentrata nell’entroterra, pronta a intervenire massicciamente contro il punto principale dell’invasione. Hitler, come spesso accadde, prese una decisione ambigua. Distribuì le 6 divisioni panzer tra comando diretto di Rommel e riserva dell’OKW, frammentando così la catena di comando. Questa scelta si rivelò fatale nel momento decisivo. Del D-Day, come ricordate, si è discusso in modo più approfondito in questo articolo.




