Almanacco del 7 marzo, anno 161 d.C.: nella quiete della sua villa di Lorium, lungo la via Aurelia, si chiude una delle stagioni più stabili e prospere dell’epoca imperiale romana: quella di Antonino Pio. La sua morte, di cui si discuterà nei seguenti paragrafi, segnò l’ascesa alla porpora imperiale dei due figli adottivi, Marco Aurelio e Lucio Vero.

Le fonti, in particolare la Historia Augusta, restituiscono un’immagine quasi domestica degli ultimi giorni di Antonino Pio. Due sere prima della morte, ormai 75enne, avrebbe cenato con appetito. Forse troppo… Si racconta che apprezzò molto il gusto di un formaggio alpino, tanto da sbranarsene quantità importanti. Come è accaduto sorprendentemente spesso nella storia (Adolfo Federico di Svezia e Enrico I d’Inghilterra, ce l’ho con voi) l’appetito gli fu fatale.
Nella notte vomito e febbre lo colsero violentemente. Il giorno seguente, dunque il 7 marzo, le sue condizioni peggiorarono rapidamente. Consapevole della fine imminente, Antonino convocò il consiglio imperiale, alla presenza dei prefetti del pretorio Furio Vittorino e Sesto Cornelio Repentino, e trasferì formalmente i poteri al figlio adottivo Marco Aurelio.
Ordinò inoltre che la statua aurea della Fortuna custodita nella camera imperiale fosse consegnata al nuovo principe, gesto altamente simbolico. Già, perché la fortuna imperii passava di mano. La parola d’ordine che affidò al tribuno di guardia fu “aequanimitas”, quietezza d’animo, quasi un testamento morale. Poi, parafrasando la Historia, si voltò come per dormire e spirò serenamente.

Il funerale seguì il rituale consueto della consecratio. Il corpo venne cremato su una pira solenne e, con l’approvazione del Senato, Antonino fu divinizzato. Il suo culto pubblico fu affidato a un apposito sacerdozio, mentre il patrimonio privato passò a Faustina, secondo le sue disposizioni. Ma il dato più rilevante non fu tanto la cerimonia, quanto la forma della successione.
Fin dal 138 Antonino aveva adottato Marco, su indicazione di Adriano, imponendogli a sua volta di adottare Lucio Ceionio Commodo, il futuro Lucio Vero. Alla morte di Antonino, Marco insistette perché il Senato riconoscesse anche a Lucio pari dignità imperiale. Nacque così la prima diarchia pienamente paritaria della storia romana: due Augusti con identico potere tribunizio e imperium proconsolare, un esperimento che superava i precedenti tentativi incompiuti dell’età giulio-claudia.
Le ragioni di questa scelta furono insieme politiche e militari. Marco Aurelio, sveglio com’era, sapeva benissimo cosa faceva. L’impero si estendeva su fronti vastissimi, parliamo di territori che dalla Britannia correvano verso l’Eufrate, e già si profilavano tensioni in Oriente con il regno dei Parti. Una leadership condivisa consentiva di presidiare contemporaneamente più teatri operativi, mantenendo al tempo stesso un equilibrio interno che limitasse il rischio di usurpazioni.

Marco, figura di grande autorevolezza morale e culturale, incarnava la continuità con l’ideale del principe filosofo; Lucio, più giovane e con esperienza militare, poteva rappresentare l’energia necessaria per le campagne imminenti. La coppia perfetta che solo la morte avrebbe potuto sciogliere.




