Almanacco del 19 febbraio, anno 1942: il presidente americano Franklin Delano Roosevelt firma l’ordine esecutivo di trasferimento dei nippo-americani in campi di internamento. Si tratta di una pagina di storia poco conosciuta e fra le più tristi del periodo recente per ciò che concerne le discriminazioni razziali. Il sogno americano, inseguito da molti, per tanti si trasformò in un vero e proprio incubo e, chiaramente, le vicende belliche del periodo ebbero un peso non indifferente sulla questione.

Il 1942 non è un anno casuale e ai più attenti non sarà sfuggito. Siamo al cuore della Seconda Guerra Mondiale e dal 7 dicembre 1941, da quell’attacco alla base militare di Pearl Harbour, molte cose cambiarono nei rapporti fra gli States e il Giappone. Con quell’atto di guerra dichiarato infatti i giapponesi, senza distinzione alcuna, diventavano nemici giurati del governo americano. Il presidente Franklin D. Roosevelt rispose alle numerose sollecitazioni ricevute firmando il famoso Ordine Esecutivo 9066. Di cosa parliamo? Un po’ lo abbiamo accennato in apertura, ora scendiamo più nei dettagli.
In maniera molto semplice e diretta, l’Ordine stabiliva che tutti i giapponesi residenti sul territorio americano, aventi o meno la cittadinanza USA, potevano essere rinchiusi in campi di internamento. In realtà la portata dell’ordine in questione fu molto più ampia di così e gli internati non furono solo nipponici. Gli States erano in guerra con l’Asse infatti e in internamento ci finirono anche tedeschi e italiani, donne e bambini, giovani e vecchi.

A risultare maggiormente coinvolta nell’operazione fu la Costa Pacifica, in particolare la California, l’Oregon, Washington e alcune zone dell’Arizona. Alla fine il numero degli internati arrivò a toccare le 120.000 unità, chiaramente distribuite fra più campi. Il campo di internamento più tristemente famoso fu quello di Maranzar, che sorgeva fra le vallate di Los Angeles e San Francisco. Nel settembre del 1942, a pochi mesi dall’Ordine 9066, la popolazione del campo contava più 10.000 nipponici.
Col tempo la situazione sembrò migliorare, anche se ci vollero due anni pieni prima che la Corte Suprema di Giustizia riconoscesse come illegale il sistema di internamento. Il passo indietro sulla questione avvenne gradualmente e, di sicuro, il progressivo coinvolgimento di truppe di origine giapponese nel conflitto ebbe un ruolo di non secondaria importanza. La sentenza storica della Corte arrivò il 18 dicembre del 1944. Il riconoscimento dei nisei (questo il nome dei nippo-americani) fu progressivo e graduale.

Questa pagina poco conosciuta di storia contemporanea ha un altro triste risvolto. Dai documenti emersi dal 1948 sulla questione risultò che molti beni dei nisei, mobili e immobili, andarono incontro ad esproprio. Il governo americano, oltre all’internamento, scelse anche la requisizione dei beni, modus operandi che in modo molto più violento e distruttivo avveniva contemporaneamente in Europa ad opera del Reich. Questa questione storica conta però, per grande fortuna, molto meno vittime e un finale meno tragico.




