State alla larga dal gioiello che vedete in foto. Seppur bellissimo, è diventato noto come l’ametista maledetta. Questo perché la sua storia è costellata da una serie di sventure e tragedie che hanno accompagnato tutti coloro che ne sono entrati in possesso. Tanto che la leggenda vuole che questa pietra sia “triplamente maledetta”.
L’Ametista Maledetta aka lo Zaffiro Viola di Delhi

L’Ametista Maledetta, in precedenza nota come Zaffiro Viola di Delhi (questo perché nel XIX secolo la identificarono erroneamente come uno zaffiro, ma in realtà era un’ametista), rimase nascosta per tre secoli negli archivi del Museo di Storia Naturale di Londra.
Un bel giorno, però, il manufatto fu ritrovato dal curatore Peter Tandy. Il quale rimase sorpreso nello scoprire che il gioiello era accompagnato da un biglietto nascosto che raccontava la storia di questa pietra funesta.
A quanto pare tutti iniziò durante la repressione della rivolta indiana del 1857. L’esercito britannico si dedicò ai saccheggi di santuari, templi e palazzi, rubando tonnellate di antichi tesori indiani. Uno dei templi saccheggiati fu il Tempio di Indra a Cawnpore (Kanpur), dedicato a Indra, dio indù della guerra e dei temporali. Indra era solito cavalcare un elefante bianco, portando con sé dei fulmini.
A prendere quello “zaffiro viola”, che poi si scoprì essere un’ametista, fu il colonnello W. Ferris. Costui era convinto che quel gioiello avrebbe dato una svolta alla sua famiglia. E lo fece, solo in senso negativo. Ferris non era ancora neanche ritornato in Inghilterra col suo bottino quando una serie di disgrazie finanziarie si abbatté sulla famiglia. E non solo: tutti i membri della sua famiglia furono colpiti da gravi malattie.
A ereditare il gioiello (con annessa maledizione a quanto pare) fu il figlio di Ferris. Il quale lo diede a un suo amico che, sembra, si suicidò di “punto in bianco”. Da lì si iniziò a parlare della Maledizione dell’Ametista o della Maledizione dello Zaffiro Viola di Delhi.
Nel 1890 il figlio di Ferris decise di donare la pietra a Edward Heron-Allen, scienziato e scrittore britannico che aveva una segreta passione per la chiromanzia. Heron-Allen, a sua volta, diede la pietra a un’amica cantante, la quale perse la voce e pare che non cantò mai più.

Heron-Allen si convinse sempre di più che il gioiello fosse maledetto e si dice che decise di gettarlo nel Regent’s Canal di Londra. Come però ben sa chi ama i racconti horror e sovrannaturali, non è così semplice sbarazzarsi di oggetti maledetti. Infatti la storia racconta che, tre mesi dopo, una draga fluviale finì col raccogliere la pietra vola. Finita da un commerciante, questi la riconobbe e la riconsegnò a Heron-Allen.
Secondo il Museo di Storia Naturale a quel punto Heron-Allen la descrisse come “maledetta e macchiata di sangue”. Si dice anche che Heron-Allen provò a neutralizzarne il potere malvagio. Per farlo, la inserì in un anello d’argento a forma di serpente a due teste, aggiungendovi due perle di ametista a forma di scarabeo. Poi, tanto per andare sul sicuro, incise sull’anello i dodici simboli dello zodiaco, premurandosi infine di chiudere la pietra nel caveau della sua banca. E per farlo la mise in sette scatole sigillate.
Successivamente Heron-Allen diede precise istruzioni: tre anni dopo la sua morte, la figlia avrebbe dovuto aprire ciascuna delle sette scatole, consegnando la pietra al museo insieme al biglietto che ne raccontava la storia. E si dice che quel biglietto dicesse “Chiunque la apra, dovrà prima leggere questo avvertimento e poi fare ciò che desidera con il gioiello. Il mio consiglio è di gettarlo in mare”. Non che gettarla nel fiume avesse funzionato granché, a dire il vero.

A questo punto bisogna fare un salto temporale. Nel 2007 il Museo di Storia Naturale decise di esporre l’ametista per la prima volta, corredata di anello d’argento e scarabei. In fin dei conti, è un gran bel gioiello. Solo che la maledizione era ancora pimpante e attiva.
Richard Savin, il curatore del museo, nel video Museum Secrets di History Channel, raccontò che quando lui e sua moglie trasportarono l’Ametista Maledetta durante un simposio della Heron-Allen Society, ecco che dovettero attraversare “la tempesta più incredibile che avessimo mai visto, con fulmini che lampeggiavano su entrambi i lati dell’auto”.
Secondo il curatore, ad un certo punto la moglie gli urlò anche “Butta via quel maledetto gioiello, non avresti dovuto portarlo!”. Come se non bastasse, poi, il curatore rivelò che ogni volta che cercò di partecipare a un qualche convegno con il suddetto gioiello, si sentì “gravemente male”. Tuttavia ammise anche che poteva essere “tutto una coincidenza”.
Certo, Indra era anche il dio dei temporali e amava i fulmini, ma questo è un dettaglio secondario. In fin dei conti, i temporali sono all’ordine del giorno. Se invece si fossero imbattuti in un elefante bianco, beh, le cose sarebbero state diverse.




