Arroccato lì dove arrivano solamente i falchi del Giura svevo, il castello di Hohenzollern è tante cose tutte assieme: esempio strabiliante di architettura neogotica, residenza ancestrale della nobile stirpe prussiana, monumento storico di enorme interesse turistico, luogo che, nonostante le sue premesse storico-culturali, i kaiser di Germania hanno un po’ snobbato, senza mai fornire delle motivazioni soddisfacenti. Eppure c’è da dire una cosa: il trascorso del castello è segnato da distruzioni, ricostruzioni e rifondazioni simboliche. E queste sì che riflettono benissimo le alterne vicende politiche della famiglia e, più in generale, della nazione da loro lungamente rappresentata: la Germania.

Da dove iniziare se non dal temibile e misterioso anno mille? Era l’XI secolo quando i conti di Zollern, signori di origine alemanna, autorità indiscussa dell’area collinare fuori le porte della città di Tubinga, nel Land del Baden-Württemberg, decisero per la costruzione di un primo maniero. La documentazione su questa fase è scarsa e frammentaria: sappiamo che la casata compare per la prima volta nelle fonti nel 1061, mentre il castello viene menzionato solo nel 1267 come Castro Zolre.
Tuttavia le fonti coeve ne sottolineano già il prestigio, arrivando a definirla la “corona di tutti i castelli della Svevia”. Complimento che varrà pur qualcosa, no? Con il tempo la famiglia si divise in più rami. Ci fu quello svevo ad esempio, rimasto legato al castello. Poi il ramo franco-brandeburghese, destinato a un’ascesa ben più ampia, dove per “ampia” ci si riferisce al seggio dei grandi elettori, il trono di Prussia e, ciliegina sulla torta del potere germanico, l’Impero tedesco. Il primo castello, simbolo di questo potere comitale medievale, andò completamente distrutto nel 1423. Risultato di un lunghissimo assedio condotto dalle libere città imperiali sveve, in un contesto di conflitti regionali che opponevano la nobiltà territoriale ai centri urbani autonomi.

Ma il castello di Hohenzollern, simile ad una fenice in pietra, risorse dalle sue ceneri. Tra il 1454 e il 1461 edificarono una seconda struttura – al quale la storiografia si riferisce banalmente come “secondo castello“. Più grande, più vicino agli standard difensivi di quel Medioevo tardo, e soprattutto più appariscente. La nuova fortezza rispondeva alle esigenze di una nobiltà ormai inserita in un sistema politico complesso e instabile. Divenne un rifugio fondamentale per gli Hohenzollern svevi, in particolare durante la Guerra dei trent’anni.
Nel 1634 lo occuparono le truppe del Württemberg e, poco dopo, passò sotto controllo asburgico, rimanendovi per circa un secolo. Anche nel Settecento il castello continuò a essere coinvolto nei grandi conflitti europei: durante la Guerra di successione austriaca i francesi ci fecero una capatina. Con il progressivo mutare delle strategie belliche, la fortezza perse importanza. Alla fine del XVIII secolo appariva ormai obsoleta, e dopo il 1798, quando l’ultimo proprietario asburgico la lasciò, iniziò un lento ma inesorabile declino. All’inizio dell’Ottocento restava utilizzabile solo la cappella di San Michele.

La svolta decisiva avvenne grazie a Federico Guglielmo IV di Prussia. Egli durante un viaggio nel sud della Germania nel 1819 salì sul monte Hohenzollern e ne rimase profondamente colpito. Per il sesto re di Prussia quel luogo rivendicava rispetto. Dietro quelle rovine si celava l’anima storica e geografica della sua famiglia. Negli anni ’40 dell’Ottocento, Federico Guglielmo IV trasformò quel ricordo giovanile in un progetto politico e culturale. Ecco perché ricostruì il castello come monumento celebrativo della storia degli Hohenzollern. Affidò l’incarico a Friedrich August Stüler, allievo del maestro Schinkel, il quale concepì un edificio fortemente influenzato dal neogotico inglese e dai castelli della Loira, inserendolo nel clima del romanticismo tedesco, che idealizzava il Medioevo come età eroica e fondativa della nazione. Si fecero carico dei finanziamenti della costruzione (1850-1867) i due rami principali del Casato degli Hohenzollern.

E qui s’inserisce il lato a mio parere curioso dell’intero arco narrativo. Il terzo castello di Hohenzollern, nuovo di zecca, splendente perché tirato a lucido, voluto tantissimo dai suo proprietari, restò senza inquilini di grado imperiale fino alla caduta della monarchia. Nessuno dei tre kaiser – in ordine Guglielmo I, Federico III e Guglielmo II – vi abitò stabilmente. Il ruolo dell’edificio fu piuttosto quello di spazio rappresentativo e di custodia della memoria dinastica.
L’unico momento di “gloria”, se così lo si può chiamare, lo ebbe nel 1945. Mentre la Seconda guerra mondiale volgeva al termine, il castello divenne brevemente dimora dell’ex principe ereditario Guglielmo di Prussia, in fuga dalla Germania orientale occupata dai sovietici. Lui e la moglie Cecilia vi trovarono infine sepoltura, poiché le tombe di famiglia nel Brandeburgo non erano più accessibili.

Nel secondo dopoguerra, soprattutto grazie al principe Luigi Ferdinando di Prussia, il castello si arricchì di importanti cimeli. Fra questi cito la corona di Guglielmo II. Poi oggetti personali di Federico il Grande, uniformi, documenti e opere d’arte che trasformarono Hohenzollern in una sorta di museo dinastico. Per alcuni decenni vi furono custodite anche le bare di Federico Guglielmo I e di Federico II, poi trasferite a Potsdam nel 1991, dopo la riunificazione tedesca. Nonostante i danni subiti nel terremoto del 1990, il castello è stato restaurato e oggi rappresenta una delle mete più visitate della Germania, pur restando proprietà privata della Casa di Hohenzollern.




