Almanacco del 5 febbraio, anno 2 a.C.: il Senato di Roma assegna ad Ottaviano Augusto il titolo onorifico di “Pater Patriae” per distinti meriti nei confronti dello Stato romano. Nonostante il prestigio derivato dal titolo fosse pressoché eccezionale, il primo imperatore romano non fu né il primo, né l’unico a fregiarsi dell’onorificenza.

Prima di segnalare i nomi di quei pochi che poterono entrare nella stessa cerchia di Ottaviano Augusto prima e dopo il 5 febbraio del 2 a.C., è cosa buona e giusta spendere due parole sul senso del titolo di Pater Patriae, ossia Padre della Patria. Anzitutto, esso non indicava una specifica magistratura da ricoprire, tantomeno un incarico di carattere pratico-istituzionale. E con ciò non si vuole affatto sminuire il suo valore, anzi. Bisogna pensarlo come il massimo riconoscimento onorifico che lo Stato potesse concedere a un cittadino. L’espressione simbolica di un rapporto quasi familiare tra Roma e colui che rappresentava il suo protettore, garante e rifondatore. Proprio per questo il titolo apparve inciso su monete, archi, iscrizioni ufficiali, spesso nella forma abbreviata P.P., a sottolinearne il valore pubblico e celebrativo.

Protezione, garanzia e rifondazione, si è detto. Ebbene, nella storia secolare (prima di Augusto) dell’Urbe, solamente due persone avevano fatto tanto per meritarsi una simile stima pubblica. Ovviamente Romolo e il più sorprendente (per chi non mastica storia romana) Marco Furio Camillo. Se su Romolo non bisogna fare alcuna specifica, sul patrizio cinque volte dittatore dirò solamente questo: Il Senato e il popolo lo celebrarono come il “secondo fondatore di Roma” dopo la cacciata dei Galli nel IV secolo a.C.
Poi c’è il caso un po’ ambiguo di Gaio Giulio Cesare. Su di lui nel 49 a.C. ricadde l’attestato del Parens Patriae (una specie di “genitore della patria”), che su volontà dello stesso Augusto fu retroattivamente trasformato in Pater Patriae. Cesare fu un anticipatore anche in questo. Il titolo assegnatogli era un riconoscimento diretto del suo ruolo politico dominante, sebbene questo appellativo anticipasse già le ambiguità tra onore civico e potere personale che avrebbero segnato la fine della Repubblica.

La lunga premessa ci porta finalmente al 5 febbraio del 2 a.C., giorno il Senato degnò Ottaviano Augusto di così tanto ossequio. È l’aspetto ideologico dell’intera vicenda che mi premete ribadire, poiché in questo modo il vertice dello Stato romano legittimava l’intero progetto politico del principato augusteo. Un progetto che basava le sue fondamenta sulla pace, sulla stabilità e sulla ricomposizione delle fratture civili.
Svetonio racconta che l’iniziativa partì dal popolo romano e che Augusto inizialmente rifiutò il titolo, coerentemente con la sua strategia di moderazione formale del potere. Solo dopo una solenne richiesta pubblica e l’intervento ufficiale del Senato, attraverso Valerio Messalla, egli accettò, visibilmente commosso. Una specie di “se proprio insistete, allora ok”. Il gesto rafforzava l’immagine di Augusto non come dominus (Diocleziano era lontano quasi tre secoli) ma come padre benevolo dello Stato. Il custode della Res Publica restituta.

Con l’età imperiale il titolo perse progressivamente il suo carattere eccezionale e divenne parte del linguaggio simbolico del potere “monarchico” (spero si capisca il senso delle virgolette), pur senza trasformarsi mai in un titolo giuridico ufficiale, al pari di Augustus o Princeps. Alcuni imperatori, come Tiberio, lo rifiutarono per ragioni di prudenza politica. Altri, come Adriano, lo accettarono solo dopo anni di regno, segno che il riconoscimento doveva apparire come spontaneo e meritato.
Gli imperatori della dinastia Flavia seppero sfruttare in modo particolare il titolo. Essi lo usarono come strumento di legittimazione dopo il caos dell’anno dei quattro imperatori (69 d.C.). Altresì Traiano ne fece uso, come attestano numerose iscrizioni monumentali, tra cui la celebre Tabula Traiana sul Danubio, che lega esplicitamente l’opera pubblica, la protezione dell’impero e il ruolo paterno dell’imperatore nei confronti dei sudditi.




