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L'insurrezione di gennaio 1863-1864, la via polacca all'indipendenza

L’insurrezione di gennaio 1863-1864, la via polacca all’indipendenza

Un personaggio che vi sarà capitato di incontrare durante la lettura di Ventimila leghe sotto i mari, classico fra i classici di Jules Verne, è capitano Nemo. L’ideatore del Nautilus è un uomo che ce l’ha con la vita, o meglio, con chi quella vita cerca di veicolarla secondo i principi dell’imperialismo e dell’oppressione. Nella primissima concezione di Verne, capitano Nemo non era l’enigmatico principe indiano che la versione definitiva avrebbe consegnato ai lettori. Bensì un nobile polacco, sopravvissuto alla repressione zarista seguita all’insurrezione di gennaio del 1863. Il cambio di nazionalità affondò la sua ragion d’essere in questioni di diplomazia internazionale, ma resta il succo del discorso. L’insurrezione di gennaio rappresentò, agli occhi dell’Europa colta dell’Ottocento, uno degli esempi più tragici di resistenza di un popolo privato della propria sovranità. Quella specifica lotta, di cui non si sente mai parlare, colpì profondamente l’immaginario politico e letterario del tempo.

L'insurrezione di gennaio 1863-1864, la via polacca all'indipendenza

La rivolta scoppiò il 22 gennaio 1863 nel Regno del Congresso, nome formale per indicare la Polonia controllata dall’Impero russo sin dal 1815. L’insurrezione di gennaio fu la risposta diretta alla politica repressiva dello zar Alessandro II e, in particolare, alla coscrizione – forzata e non necessaria, in un momento in cui in Europa regnava la pace quasi dappertutto – voluta dal marchese Aleksander Wielopolski.

Migliaia di giovani polacchi, per evitare l’arruolamento nell’esercito russo, si rifugiarono nelle foreste e diedero vita a bande armate che agirono inizialmente in modo spontaneo. A questo nucleo si unirono presto settori dell’élite politica, intellettuali, membri della piccola nobiltà (da quelle parti nota come szlachta) e del clero. Così una protesta contingente si trasformò in una vera e propria insurrezione dai caratteri nazionali. Privi di un esercito regolare, di artiglieria e di sostegni esterni concreti, gli insorti furono costretti fin dall’inizio ad azioni di guerriglia. Si combatté attraverso imboscate, azioni rapide e ritirate nei territori boschivi.

insurrezione di gennaio truppe russe a Varsavia

Il Governo Nazionale provvisorio, sorto clandestinamente, cercò di dare alla rivolta una base politica moderna e inclusiva. In virtù di ciò proclamò l’uguaglianza civile di tutti i cittadini e promise la terra ai contadini che la coltivavano, impegnandosi a indennizzare i proprietari. Era un tentativo di saldare la causa nazionale a una riforma sociale, superando il tradizionale isolamento delle élite patriottiche.

Tuttavia queste misure giunsero in ritardo e si scontrarono con l’abilità del governo zarista, che seppe a sua volta usare l’abolizione della servitù della gleba per conquistare parte del consenso contadino e spezzare il fronte insurrezionale. Sul piano militare, è inutile dire quanto sproporzionate fossero le forze schierate da una parte e dall’altra. Contro poche decine di migliaia di ribelli, male armati in aggiunta, l’autocrazia russa schierò oltre 200.000 soldati tra Polonia, Lituania, Volinia e Bielorussia.

insurrezione di gennaio bandiera insorti

L’insurrezione assunse rapidamente una dimensione plurinazionale, estendendosi alla Lituania, alla Bielorussia e a parti dell’Ucraina. In Europa occidentale la causa polacca suscitò un’ondata di simpatia. Si dica questo pensando alla Francia di Napoleone III, all’opinione pubblica liberale; persino lo Stato Pontificio. Sia ben chiaro il seguente aspetto: questi attori espressero sì sostegno morale, mai tuttavia si parlò di intervenire militarmente.

Per quanto ininfluente, vale spendere due parole contate sulla partecipazione italiana al conflitto. Una ventina di uomini guidati dal generale Francesco Nullo composero la Legione Garibaldina. Ad organizzare la spedizione in favore dell’indipendentismo polacco fu Menotti Garibaldi, figlio dell’eroe dei due mondi. La Legione combatté nella battaglia di Krzykawka (5 maggio 1863) e ne uscì decimata. Lo stesso generale Nullo vi trovò la morte, mentre un’importante fetta di italiani finì prigioniera in Siberia.

insurrezione di gennaio battaglia 1863

Chi invece, per un calcolo politico neppure così complesso, si posizionò al fianco dello zar, fu la Prussia. Bismarck concesse lo sfruttamento delle ferrovie prussiane per muovere truppe russe da una parte all’altra del Regno di Polonia. Un assist al bacio che permise a San Pietroburgo di reprimere la rivolta con maggiore efficacia.

Emersero dunque persone del calibro di Michail Murav’ëv. Il soprannome è un programma: “il boia di Vilnius”. Le sue bande si macchiarono di atrocità tali da suscitare scandalo persino nella Russia imperiale. Esecuzioni pubbliche, incendi di villaggi, confische di massa e deportazioni colpirono indiscriminatamente combattenti e civili dell’area polacca.

insurrezione di gennaio bandiera insorti

Dopo circa 650 scontri armati minori e decine di migliaia di vittime, l’insurrezione di gennaio terminò nel giugno 1864. Il conto fu amarissimo per gli insorti e i suoi sostenitori. Il viceré zarista ordinò l’abolizione di ogni residua autonomia, la russificazione forzata dell’amministrazione e dell’istruzione. Si procedette anche con la persecuzione della Chiesa cattolica e greco-cattolica. La confisca di migliaia di proprietà nobiliari così come le deportazioni di massa, interessarono fino a 80.000 persone.

Eppure, come spesso accade nella storia polacca, la sconfitta militare non coincise con una resa morale. Dopo il 1864 prese forma la strategia del “lavoro organico”, una rinuncia consapevole alla lotta armata in favore dello sviluppo economico, culturale e sociale della nazione, nella convinzione che la sopravvivenza dell’identità polacca passasse attraverso l’istruzione, l’industria e la cultura.

insurrezione di gennaio chiamata alle armi Polonia

È in questo solco che si comprende il fascino esercitato dall’insurrezione di gennaio su Jules Verne: come il suo capitano Nemo, i protagonisti di quella rivolta furono uomini sconfitti dalla storia ma non piegati, portatori di un odio profondo verso l’oppressione e di una fedeltà assoluta a una patria perduta, destinata a riemergere solo molti decenni più tardi.