Nell’arco di tempo che va dall’VIII al IX secolo, alcune aree meridionali dell’Italia fecero da sfondo geografico per un capitolo importante della nostra storia: quello della dominazione araba. Gli emirati sorsero prevalentemente in Sicilia, Calabria e Puglia, con qualche sporadico caso in Campania; questi rappresentarono attori fondamentali del panorama politico, economico e militare del Mediterraneo centrale, entità con cui scontrarsi – cosa che accadde – ma con le quali poter trattare in tempi di pace. E quando ciò accadeva, i vari potentati musulmani si trasformavano in vettori culturali di eccezionale entità: l’Italia cristiana apprese da loro tecniche validissime nella sfera agricola (basti pensare all’irrigazione), e al contempo assimilò concetti matematico-scientifici che ancora oggi sopravvivono. Le influenze arabe attecchirono altresì nella cucina e nella moda, così come nella lingua. Parole italiane utilizzatissime nel XXI secolo provengono dall’arabo: le conoscete?

Zero – È grazie all’influenza del mondo arabo se intendiamo i numeri come delle unità simboliche ben definite. Vero è che che i simboli numerici da 0 a 9 provengono in realtà dal sistema posizionale decimale sviluppato in India. Gli arabi ebbero il merito di farlo proprio (chiamandolo loro stessi “sistema indiano”), di svilupparlo e di esportarlo altrove: come in Italia ad esempio. In particolare, da noi introdussero lo zero, che i Romani non avevano concepito come unità numerica (mentre i Greci sì!). Essi chiamavano lo zero ṣifr, ossia “vuoto”, che si latinizzò in zephirum, per assonanza più che per altro. I veneziani capirono zevero, e di conseguenza l’italiano lo registrò come zero. Piccola chicca: la radice etimologica di zero (ṣifr) è la stessa per la parola “cifra”.
Algebra – Restiamo nel campo della matematica. Nel precedente paragrafo non l’ho citato, ma avrei dovuto farlo, visto che fu Leonardo Fibonacci ad avvalersi per primo nell’Occidente cristiano del numero zero. Il matematico pisano possiede anche un altro primato storico: quello di aver usato la parola “algebra”, ricavandola dall’arabo al-ǧabr, traducibile in “completamento”. Il termine indica perciò la ricostruzione e il completamento di un insieme composto da più parti. Tant’è: l’algebra è una branca della matematica che si prepone come fine lo studio di strutture algebriche, relazioni e quantità.

Taccuino – Ok che col digitale questo oggetto si è perso un po’, ma sappiamo ancora cos’è. Se abbiamo bisogno di riordinare le idee, il taquîm è ciò che fa per noi. La parola araba si traduce in italiano con “disposizione ordinata” e anticamente veniva utilizzata per indicare un calendario o un almanacco. Probabilmente intorno al XIII secolo si cominciò a dire “tacuinum” per far riferimento ad una raccolta di prescrizioni mediche di derivazione araba. Alla corte di Manfredi di Sicilia le chiamavano Tacuina sanitatis.
Ammiraglio – Altri due capisaldi dell’espansionismo islamico furono certamente la navigazione e il commercio. Dall’unione di questi due contesti nacque la parola che noi oggi associamo alla sfera marittima nella sua accezione militare. L’etimologia della parola “ammiraglio” è alquanto poetica. Gli arabi dicevano amīr al-baḥr, “comandante del mare”, che in latino divenne admiralis. Il termine latino restò in uso presso i vertici navali (soprattutto greci e arabi) della Sicilia normanna, ma a trapiantarlo nella tradizione linguistica sicula furono i musulmani giunti dall’Ifrīqiya.

Meschino – Dall’arabo miskīn, ovvero “povero” o “misero”. Poteva esprimere commiserazione e, per estensione, tutto ciò che rivelava una scarsità intellettuale o una rabbia interiore manifesta.
Arancia – Qui bisogna fare una piccola precisazione: l’origine etimologica della parola “arancia” è sanscrita. Poi si sviluppò nel farsi (persiano) nāranǧ, e nell’arabo nāranj. Durante il dominio arabo in Sicilia questo frutto arricchì il suolo dell’isola, definendone una tradizione agrumicola ancora oggi paradigmatica del territorio. Aprendo il dizionario arabo, si noterà un distinguo per il termine. Esiste l’arancia amara (nāranj), evoluzione della parola farsi indicante il “cibo preferito degli elefanti”. E poi esiste l’arancia dolce, che gli arabi chiamavano e chiamano tutt’ora burtuqāl. Da quest’ultimo vocabolo si ramificarono termini in uso in tanti dialetti italiani (da sud a nord), così come in altre lingue europee, romanze e non.

Alcol – Permettetemi di dire come risulti un minimo singolare che questa parola sia di derivazione araba, visti i precetti islamici che ne vietano il consumo al fedele. Tralasciando il paradosso, notiamo come la radice etimologica di “alcol” sia davvero particolare. Alcol proviene da al-kuḥl, parola con cui nel Medio Oriente si indicava una polvere finissima, utile come cosmetico per annerire ciglia e sopracciglia. La svolta terminologica si ebbe con Paracelso, arcinoto medico, alchimista e astrologo svizzero d’epoca rinascimentale. Egli fu il primo ad utilizzare la parola “alcohol vini” (“spirito di vino”) per indicare la parte più nobile e distillata del vino. Poi la medicina e la chimica presero in prestito il riferimento, omettendo “vini” e sfruttandolo per ogni tipo di sostanza.




