Storia Che Passione
Pietro Querini, la sopravvivenza di un veneziano in Norvegia

Pietro Querini, la sopravvivenza di un veneziano in Norvegia

In provincia di Vicenza si trova un comune in cui vivono poco più di 8.000 persone; il suo nome è Sandrigo. Già sentito? Un motivo c’è. A cadenza annuale qui si celebra la festa del baccalà alla vicentina, prelibatezza per la quale non si resta indifferenti. Prima che acquistiate un biglietto in direzione Veneto, è bene fare una nota sulla nomenclatura: in Italia, quando si dice “baccalà” si intende il merluzzo sotto sale. In quel di Sandrigo non è così, visto che il baccalà alla vicentina altro non è che stoccafisso. Ed è su questa differenza che si innesta una delle storie più curiose e meno conosciute del Quattrocento nostrano, una storia che lega la Serenissima Repubblica di Venezia alla lontana Norvegia. Il collante tra i due universi agli antipodi ha un nome ed un cognome: Pietro Querini.

Pietro Querini, la sopravvivenza di un veneziano in Norvegia

Lo so, vi sembra un’inutile forzatura narrativa. Come può un personaggio storico semisconosciuto giustificare il riferimento allo stoccafisso di Sandrigo? Abbiate pazienza, ci arriviamo per gradi. Il racconto odierno non parte da Venezia, ma da Creta, allora Candia per i mercanti della laguna.

Dal Mediterraneo orientale, il 25 aprile del 1431, partì Pietro Querini. Non proprio uno qualunque, almeno a quel tempo. Patrizio veneziano facente parte del Maggior Consiglio, Senatore della Serenissima, ricco possidente di terre sull’isola di Creta in cui produrre vino Malvasia che poi avrebbe rivenduto a peso d’oro nelle assetate Fiandre. Alla fine di quell’aprile, il nobile navigatore prendeva il largo a bordo della caracca Querina. Portava con sé il sogno bagnato di ogni commerciante: 800 barili di Malvasia, insieme a casse di pepe, zenzero, cotone e cera. La Querina era un titano dell’economia del “Grosso”, mentre Querini era al comando di un equipaggio di 68 uomini, provenienti da ogni angolo del Mare nostrum veneticum.

La tragedia che si materializzerà è comprensibile solo se prima si ha un’idea qualitativa del carico. Seguendo una rotta ben precisa, a settembre l’imbarcazione doppiò Capo Finisterre, angolo nord-occidentale della penisola iberica. I marinai non lo sapevano, ma quello sarebbe stato il proverbiale punto di non ritorno. Una serie interminabile di tempeste cataclismatiche fu sprigionata dall’Atlantico furente, e la Querina, beh, poté solo incassare i colpi.

Pietro Querini caracca veneziana in balia

Senza timone e albero maestro, con le vele squarciate e falle ovunque, il veliero assomigliava a un tappo di sughero in balia della corrente del Golfo. L’arteria invisibile e calda trascinò Pietro Querini e i suoi verso i bordi delle mappe rinascimentali, spingendoli verso il grigiore geografico del Nord.

Il 17 dicembre, a bordo di quella che ormai era una tomba galleggiante, la spedizione ebbe un risvolto decisivo. L’equipaggio si divise in due tronconi: una parte minoritaria si allontanò a bordo di una scialuppa (di cui si persero per sempre le tracce); la maggioranza, con i tre ufficiali in comando e lo stesso Pietro, salì su una lancia e per un mese sperimentarono l’estremità della sopravvivenza umana. Un mese di navigazione a vista che si concluse solo il 14 di gennaio del 1432, giorno in cui i 16 rimasti (dei 46 imbarcati neppure quattro settimane prima) gridarono «terra!».

Pietro Querini viaggio

Terra significava Norvegia, precisamente l’isola di Sandøy, lembo deserto facente parte dell’arcipelago delle Lofoten. I sopravvissuti trascorsero 11 giorni in uno stato di esistenza liminale, cibandosi di molluschi e pregando un Dio che sentivano progressivamente più lontano. Il miracolo non lo fece lui, ma il fumo dei fuochi; questi attirarono la curiosità dei pescatori della vicina isola di Røst.

I norvegesi salvarono Pietro Querini e i suoi compagni, accogliendoli calorosamente nel loro villaggio. Vi abitavano circa 120 persone, accumunate da un’armonia vitale inattesa agli occhi dei veneziani. Al sofisticato patrizio di San Marco pareva uno scorcio di Eden. Nella relazione che consegnò al Senato della Serenissima – e che oggi è custodita nella sua versione originale all’interno della Biblioteca Apostolica Vaticana – il Querini scrisse:

«Per tre mesi all’anno, cioè dal giugno al settembre, non vi tramonta il sole, e nei mesi opposti è quasi sempre notte. […] Gli isolani, un centinaio di pescatori, si dimostrano molto benevoli et servitiali, desiderosi di compiacere più per amore che per sperar alcun servitio o dono all’incontro. Prendono fra l’anno innumerabili quantità di pesci, e solamente di due specie: l’una, ch’è in maggior anzi incomparabil quantità, sono chiamati stocfisi. […] I stocfisi seccano al vento e al sole senza sale, e perché sono pesci di poca umidità grassa, diventano duri come legno. Ed è grande e inestimabil mercanzia per quel mare d’Alemagna.»

Pietro Querini mercante patrizio Venezia

Quello che avete appena letto è il primo resoconto dettagliato dell’Europa occidentale sull’essiccazione del merluzzo atlantico, un processo che trasformava una viscida creatura degli abissi in una tavola di legno, sì, ma di proteine ​​pure. Lo “stocfiso” per i veneziani, era una rivelazione logistica. Un cibo che non sarebbe mai andato a male. Alimento resistente ai lunghi mesi di un qualsiasi viaggio per mare o ai rigidi digiuni del calendario cattolico. Pietro Querini, veneziano doc, e quindi tanto patrizio quanto lungimirante uomo d’affari, vide un’opportunità di mercato oltre le difficoltà.

Ma lo shock culturale andò oltre la semplice dieta. A conquistare i marinai veneziani fu la mancanza di pudore. Ok, non era ancora il tempo dell’asfissiante modestia proclamata dalla Controriforma, però la sfacciata carnalità dei norvegesi non passò inosservata al Querini. Egli scrisse:

«Questi di detti scogli sono uomini purissimi e di bello aspetto, e così le donne sue, e tanta è la loro semplicità che non curano di chiuder alcuna sua roba, né ancor delle donne loro hanno riguardo: e questo chiaramente comprendemmo perché nelle camere medeme dove dormivano mariti e moglie e le loro figliuole alloggiavamo ancora noi, e nel conspetto nostro nudissime si spogliavano quando volevano andar in letto; e avendo per costume di stufarsi il giovedì, si spogliavano a casa e nudissime per il trar d’un balestro andavano a trovar la stufa, mescolandosi con gl’uomini.»

Pietro Querini monumento Norvegia

Dopo 4 mesi di piacevole soggiorno (tranne per la questione del parroco-traduttore, un domenicano tedesco, il quale avidamente chiese un corrispettivo in argento per ogni giorno di “servizi” linguistici prestati ai veneziani), Pietro Querini salutò le genti di Norvegia, puntando verso sud, verso casa. Partirono con un bel carico di stoccafisso; passarono per Bergen, Trondheim, Vadstena e Londra. Qui furono ospiti dell’allora potente comunità veneziana che risiedeva sul Tamigi.

A Venezia i sopravvissuti dell’Odissea misero piede il 12 ottobre 1432. Non avevano con loro i proventi delle Fiandre, ma lo stoccafisso dei gelidi mari settentrionali. Ebbe un successo clamoroso; il motivo non ci stupisce: Venezia era uno dei più grandi snodi commerciali del Mediterraneo, quindi il nuovo alimento trovò rapidamente mercato. Nel giro di pochi decenni la Serenissima divenne uno dei principali centri di importazione e distribuzione dello stoccafisso norvegese.

Pietro Querini stoccafisso

Pensate che il Concilio di Trento nel 1563 arrivò a consolidare lo status del merluzzo come piatto “magro” per eccellenza, rendendolo un punto fermo della cucina italiana da Rialto alle colline vicentine. Esatto, proprio dove sorge Sandrigo, luogo in cui ogni anno si festeggia il baccalà alla presenza di una delegazione norvegese. Ah, e se cercate sulle mappe noterete uno scambio di cortesie geografiche fra Norvegia e Italia. Un isolotto nei pressi di Røst si chiama “isola di Sandrigo”, mentre nel comune in provincia di Vicenza, una via è intitolata all’isola di Røst. Tutto merito di un naufragio…