La figura di Enriqueta Martí, passata alla storia come la “vampira di Barcellona“, è paradigmatica, prima di tutto il resto, della contraddizione storica in cui la capitale catalana si ritrovò nel primo Novecento. Intrisa dei dettami artistico-culturali del modernismo, scintillante e borghese in superficie, eppure attraversata da una miseria che in alcuni casi definire estrema non bastava a rendere l’idea. Agli esordi del XX secolo in quel di Barcellona era facile respirare area di sfruttamento, disuguaglianze sociali e latente disillusione. La ricetta ideale per un dramma sociale che la città ancora oggi, a distanza di oltre un secolo, ricorda con orrore.

In tal senso, l’autrice di quell’episodio fu Enriqueta Martí Ripollés. Nata nel 1871 a Sant Feliu de Llobregat, Enriqueta si trasferì ancora giovane a Barcellona. Visse ai margini, muovendosi con sorprendente disinvoltura tra due mondi opposti. Di giorno appariva come una mendicante, vestita di stracci, frequentatrice di conventi, ospedali e parrocchie. Ma di notte si trasformava, indossando abiti eleganti, parrucche e cappelli, mostrandosi in ambienti esclusivi, dove la borghesia cittadina proliferava. Il continuo passaggio da un’identità all’altra contribuì in modo decisivo alla costruzione della sua leggenda.
Enriqueta sposò Joan Pujaló, un pittore fallito, e sopravviveva grazie a espedienti. La polizia già conosceva il suo nome, visto ciò che era successo nel 1909. Le autorità barcellonesi l’arrestarono per la gestione di un bordello infantile, dove si prostituivano minori tra i 5 e i 16 anni. Il procedimento giudiziario, però, non portò a nulla. Chissà come, chissà perché, il fascicolo scomparve nel nulla e la donna tornò a piede libero. I sospetti che qualcuno di influente avesse interceduto in suo favore, magari per interessi poco limpidi, circolarono eccome.

In quegli stessi anni, a Barcellona si moltiplicavano le scomparse di bambini, soprattutto nei quartieri popolari. Le autorità cercarono a lungo di minimizzare, parlando di voci infondate, ma il rapimento della piccola Teresita Guitart, nel febbraio del 1912, fece esplodere il caso. La bambina sparì in pochi istanti mentre la madre si trovava sull’uscio di casa, e la città piombò in uno stato di angoscia collettiva.
Fu grazie a una segnalazione casuale, proveniente da una vicina considerata una semplice pettegola, che la polizia individuò un appartamento sospetto in via Poniente. Il pretesto fu grottesco (la denuncia era per presunte galline allevate illegalmente) ma l’ispezione portò alla scoperta di due bambine rinchiuse in casa. Una di loro, rasata e visibilmente spaventata, era proprio Teresita, costretta a rispondere a un nome falso.
L’arresto di Enriqueta Martí aprì la fase più oscura e controversa della vicenda. Durante le perquisizioni, la polizia dichiarò di aver trovato ossa umane, vestiti infantili, coltelli macchiati e centinaia di barattoli contenenti grasso e sangue. Enriqueta diceva di utilizzarli per le sue “pozioni“.

La testimonianza della bambina, raccolta in condizioni emotive drammatiche, parlava dell’uccisione di un altro bambino, Pepito. La stampa amplificò ogni dettaglio, trasformando Enriqueta in un mostro, anzi, nella vampira di Barcellona. Un soprannome che inglobava i sottotitoli di assassina seriale, trafficante di bambini, strega, malvagia che usava il sangue dei piccoli per preparare rimedi destinati a clienti ricchi e malati. Il mito prese forma rapidamente, sostenuto da un’opinione pubblica assetata di un volto su cui proiettare paure e orrori.
Tuttavia, col passare del tempo, molti elementi iniziarono a incrinarsi. Le ossa rinvenute risultarono appartenere a un adulto, non a un bambino; le lettere “in codice” potevano essere semplici appunti legati all’elemosina; i barattoli rientravano in pratiche di medicina popolare allora diffuse. Enriqueta morì in carcere nel 1913, ufficialmente per un cancro all’utero, senza mai essere processata né condannata. In realtà altre fonti riconducono la morte ad un assassinio, compiuto da una compagna di cella. Al di là di ciò, la verità giudiziaria rimase incompiuta, mentre la leggenda si consolidava.

Studi recenti, in particolare quelli di Jordi Corominas ed Elsa Plaza, invitano a rileggere il caso con maggiore cautela. Secondo questi ricercatori, Enriqueta Martí potrebbe essere stata un capro espiatorio, sacrificato per occultare una rete ben più ampia di sfruttamento minorile che coinvolgeva ambienti borghesi e forse anche settori corrotti delle forze dell’ordine.
In una Barcellona in cui bambini poveri sparivano per finire nei bordelli, nelle fabbriche o nel traffico internazionale di manodopera, attribuire ogni colpa a una figura marginale, ambigua e socialmente isolata era funzionale a preservare l’immagine rispettabile della città modernista. La “vampira” incarnava così tutte le paure della società del tempo: miseria, devianza, superstizione, mentre i veri meccanismi di sfruttamento restavano nell’ombra.




