Vale per l’italiano, così come per ogni altra lingua: dietro un pronome, anche se di cortesia, si nascondono rapporti di potere, distanze sociali, modelli culturali e persino oculate scelte politiche. Raccontare la storia del “lei” o del “voi” assume dunque tutto un altro significato rispetto a quanto si possa immaginare inizialmente. Farlo si traduce nell’osservazione attenta e spassionata della società – nel nostro caso italiana – e della sua evoluzione nel tempo, dall’antichità, passando per l’evo medio, modernità e contemporaneità.

Nel mondo medievale e tardo-medievale il problema non era scegliere tra “tu” e “lei”, ma evitare la seconda persona singolare. Il “tu” indicava familiarità o inferiorità, ed era inadatto a rapporti asimmetrici. Per marcare rispetto e distanza si ricorreva a forme indirette, spesso perifrastiche. E allora avanti di “vostra signoria”, “vostra grazia”, “vostra eccellenza”. Si trattava di titoli onorifici che collocavano l’interlocutore su un piano superiore, senza nominarlo direttamente.
In parallelo, a partire tra XIII e XIV secolo, si affermò il “voi” di cortesia, importato dalla cultura cortese al di là delle Alpi. Il francese vous, a sua volta, affondava le radici nel latino tardo e nel plurale maiestatis, cioè l’uso del plurale per indicare autorità, dignità e superiorità. Dire “voi” a una sola persona significava, simbolicamente, riconoscerle una statura che trascendeva l’individuo. Questo uso attecchì soprattutto nell’Italia centro-settentrionale, dove il “voi” divenne il pronome formale per eccellenza nei secoli a venire.

Il plurale non serviva solo a rivolgersi agli altri, ma anche a parlare di sé. Il pluralis maiestatis fu per lungo tempo una prerogativa del potere. L’esempio che balza subito in mente è quello dei papi, dei principi e degli imperatori, i quali parlavano di sé come “noi”, incarnando l’idea che l’autorità non fosse personale ma istituzionale. Non è un caso che questo uso sopravviva fino al Novecento in ambito ecclesiastico e giuridico.
La scelta di Paolo VI di abbandonare il plurale maiestatico segnò simbolicamente una rottura. Papa Montini intese un linguaggio più diretto e meno sacrale, in linea con i cambiamenti del Concilio Vaticano II e di un mondo che correva più veloce del tradizionalismo della Chiesa.
Il “lei” entra stabilmente nell’italiano solo tra XVII e XVIII secolo. La sua origine è indiretta e affascinante. Deriva infatti dall’abbreviazione dei titoli onorifici femminili (Vostra Signoria, Vostra Altezza, Vostra Grazia), che erano grammaticalmente femminili indipendentemente dal sesso della persona a cui si riferivano. Con il tempo, il titolo scompare e resta solo il pronome.

Dire “lei” non significava dunque usare un femminile “neutro”, ma continuare a parlare non alla persona, bensì alla sua funzione o dignità. È una forma di rispetto per interposta persona, che crea distanza e formalità. La diffusione del “lei” fu particolarmente forte nell’Italia meridionale, anche per l’influenza spagnola. Lo spagnolo Vuestra Merced (poi usted) seguiva un percorso analogo e favorì l’adozione di questa forma anche nei territori del Regno di Napoli e di Sicilia tra XVI e XVII secolo.
Per lungo tempo “voi” e “lei” coesistettero, con una distribuzione geografica e sociale: il “voi” più diffuso al Nord e nei contesti tradizionali, il “lei” più presente al Sud e nei registri urbani e borghesi. Indovinate chi interruppe questa pacifica convivenza? Se avete risposto con un tonante LVI, avete vinto un giro gratis alle giostre.
Nel 1938 il regime mussoliniano impose per legge l’uso del “voi” negli atti pubblici, nella scuola e nei mezzi di comunicazione, bollando il “lei” come straniero, per questo poco italico, poco virile, infine decadente. La scelta non era linguistica, converrete con me, ma strettamente ideologica. Dare del “voi” evocava un senso di gerarchia, disciplina e romanità. Valori abbastanza cari alla retorica fasc.sta.

Con la caduta della dittatura in Italia, il “voi” divenne rapidamente un segno compromesso, associato all’autoritarismo nero. Il “lei”, percepito come più neutro e meno gerarchico, si impose come forma standard della cortesia nell’Italia repubblicana. Il suo successo fu anche il riflesso di una società più orizzontale, urbana e professionalizzata.
Oggi il “lei” resiste soprattutto nei contesti formali, lavorativi e istituzionali. Mentre l’uso del “tu” si espande, specie nei media, nella comunicazione digitale e nei rapporti informali. In alcune aree, come la Sicilia, sopravvivono forme arcaiche come “vossia”, ultimo riflesso di una lunga storia di deferenza linguistica.




