Confermato ancora una volta che la sifilide era presente in Sud America già migliaia di anni fa. Questa volta la testimonianza arriva dalla Colombia: qui gli archeologi sono riusciti a recuperare il genoma del Treponema pallidum, il batterio responsabile della sifilide, da resti umani risalenti ad almeno 5.500 anni fa.
Sifilide in Colombia già migliaia di anni fa

In uno studio pubblicato sulla rivista Science, gli archeologi hanno rivelato di aver trovato il genoma del Treponema pallidum in un corpo umano di 5.500 anni, fa, a Sabana de Bogotà, in Colombia. Altri studi in precedenza avevano sostenuto che la sifilide, in Europa, fosse arrivata proprio dalle Americhe. Questo anche perché prima della calata del re francese Carlo VIII in Italia (avvenuta nel 1494), questa malattia era in pratica sconosciuta in Europa.
Ma torniamo ai resti colombiani. Il corpo si trovava in un riparo roccioso vicino a Bogotà. Il ritrovamento del Treponema pallidum in un soggetto di 5.500 anni fa sposta indietro nel tempo di più di 3mila anni la documentazione genetica di tale specie patogena. Il che vuol anche dire che questa infezione circolava nelle Americhe da prima di quanto ipotizzato finora.
Il Treponema pallidum è un batterio spiraliforme (è una spirocheta, Gram-negativa) che esiste in tre forme strettamente correlate. Ciascuna di esse è responsabile di una malattia diversa: sifilide, framboesia e bejel. Ci sarebbe poi una quarta malattia da Treponema, causata però dal Treponema carateum o Treponema pallidum subsp. carateum, solo che di quest’ultimo non è ancora stato recuperato il genoma.

Le tre sottospecie di T. pallidum sono geneticamente quasi identiche. Solo che ancora non si sa come, doce e quando si siano diversificate le tre forme della malattia. Lo studio in questione ha dimostrato che il DNA antico recuperato appartiene proprio alla specie Treponema pallidum. Solo che non corrisponde a nessuna delle forme geneticamente note capaci di causare malattia oggi.
Probabilmente le due specie sono strettamente imparentate, ma si sono differenziate assai precocemente. Un’altra ipotesi è che si tratti dell’antica forma di un patogeno che causa la pinta, malattia di cui si sa pochissimo, ma che è endemica nell’America Latina e che causa sintomi localizzati sulla pelle.
Secondo i ricercatori, questo antico ceppo si è separato dagli altri già 13.700 anni fa. Le tre sottospecie moderne, invece, si sono differenziate di recente, circa 6mila anni fa. Davide Bozzi dell’Università di Losanna e del SIB Swiss Institute of Bioinformatics ha spiegato che questi risultati “spostano indietro di migliaia di anni l’associazione del T. pallidum con gli esseri umani, forse più di 10mila anni fa, nel tardo Pleistocene”.

C’è anche da dire che questa scoperta è stata quasi casuale. I ricercatori, infatti, avevano sequenziato il DNA dell’individuo per studiare la storia della popolazione umana. Durante lo screening, però, è saltata fuori la presenza del suddetto batterio. Si è così cominciato a indagare anche su di esso.
Solitamente le malattie causate dal T. pallidum lasciano segni sulle ossa. Ma questo accade solamente in precisi stadi della patologia e non in tutte le persone infette. Finora la maggior parte dei genomi antichi del T. pallidum era stata recuperata da denti e ossa di persone con manifesti segni di infezione. Tuttavia lo scheletro in questione non presentava alcun segno evidente.
Si è così deciso di provare a campionare una tibia, osso che di solito non è usato per recuperare il DNA antico. Da lì è poi emersa la presenza del batterio.




