Non c’è scusa che tenga, se dico “proibizionismo“, voi pensate subito agli Stati Uniti degli anni ’20, alla Chicago sotto il tacco della mafia italoamericana, gli speakeasy, ad Al Capone, e così via. Tuttavia la storia del proibizionismo ha un senso lato, che non riguarda solo ed esclusivamente il Nord America, ma anche luoghi apparentemente inconcepibili – almeno se si pensa al divieto sugli alcolici – come l’Islanda. Ecco, conviene ricredersi, perché la grande e suggestiva isola nordica ha convissuto con un regime proibizionista per ben 74 anni, dunque per buona parte del Novecento!

Tutto ebbe inizio nel 1908, quando l’isola, formalmente sotto la Corona di Danimarca (l’indipendenza, lo sappiamo bene, l’agguanteranno solo durante la Seconda guerra mondiale), fu chiamata a rispondere ad un quesito referendario. In quello che fu il primo referendum della storia islandese, venne chiesto a 11.726 persone (pensate un po’ di che numeri stiamo parlando) se fossero favorevoli o contrari all’importazione di alcolici dall’estero. Il 60% di chi si presentò alle urne, votò di sì.
Con un rimaneggiamento del testo referendario e con l’aggregamento di una legge contro il consumo di alcolici, nel 1915 il proibizionismo islandese divenne realtà. Ma chi lo desiderò e perché? Nel Parlamento di Reykjavík avversi all’alcol erano soprattutto gli esponenti provenienti dalle aree rurali dell’isola e membri dei tradizionali partiti socialisti. La motivazione era che, secondo loro, gli alcolici avrebbero “corrotto” la mente e il corpo dei giovani islandesi, trasformando in senso negativo la generazione del domani. Chi invece si opponeva al progetto, proveniva per lo più dagli ambienti moderati e conservatori. Costoro giudicavano esagerata la preoccupazione, optando semmai per delle politiche sì restrittive, ma non intransigenti.
Altro fattore da considerare – e che forse ebbe un peso ben più maggiore di quello sociale – fu l’aspetto politico. Chi votò a favore del referendum, lo fece anche per distanziarsi dalla Danimarca. La birra consumata in Islanda proveniva per la maggiore da Copenaghen; era dunque un elemento di fastidiosa unione con la Corona, principalmente per gli indipendentisti. Inoltre la birra era la bevanda nazionale danese: insomma, l’associazione birra-Danimarca era piuttosto spontanea, e osteggiata.

Fino al 1921-22 il proibizionismo islandese riguardò tutti gli alcolici. Le cose cambiarono quando la Spagna fece pressioni commerciali su Reykjavík. Madrid minacciò lo stop all’importazione di baccalà islandese se non l’isola non avesse ripreso ad acquistare i suoi vini. E se qualcosa non vi torna, è perché non avete letto il nostro approfondimento sugli intrecci storici fra la penisola iberica e l’isola scandinava (questo qui, ad esempio).
Dunque, il ricatto spagnolo spaventò gli islandesi, che allentarono la morsa del proibizionismo. O meglio: ne alterarono il senso. Dai primi anni ’20 si legalizzò commercio e consumo di vino, ma non di birra e superalcolici.
Altro anno cardine fu il 1935, quando gli isolani dovettero nuovamente affrontare un referendum. Si chiese loro se preferissero tornare allo status quo ante 1915, o se desiderassero mantenere l’interdizione. Questa volta il popolo scelse l’alcol. Tuttavia fu un sorriso a metà, dato che si attivarono le lobby anti alcol per mantenere una sorta di proibizione sulla birra con una gradazione superiore al 2,25%. Era d’altronde più economica, perciò facilmente consumabile, e i proibizionisti la giudicavano la via più semplice verso l’alcolismo.

Cosa ci insegna la storia delle tendenze proibizionistiche? Che più si cerca di osteggiare un prodotto, più le persone s’ingegneranno per produrlo, smerciarlo e consumarlo, alimentando il mercato nero di riferimento. L’Islanda non fece eccezione. Tra le tante idee che vennero in mente agli islandesi, ci fu quella di mescolare birre leggerissime con superalcolici di contrabbando. Dalla miscela si ricavava bevande dal dubbio gusto, ma abbastanza forti da causare più di una sbronza.
Globalizzazione, familiarità con i tipici pub europei e desiderio di cancellare una legge ormai vetusta furono la pietra tombale sul proibizionismo islandese. Nell’88 il Parlamento approvò la legalizzazione della birra, che entrò in vigore il 1° marzo 1989. Da allora, in quel giorno nel Paese nordico si festeggia il Bjórdagur, la “Giornata della Birra”, durante la quale i locali di tutta l’isola rimangono aperti fino a tarda notte, permettendo un numero indefinibile di brindisi alla fine del proibizionismo.




