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Foto del giorno: l'oro di Serra Pelada

Foto del giorno: l’oro di Serra Pelada

Fotografia di Sebastião Salgado, Serra Pelada, Brasile, 1986. Una massa umana indistinta, pari a qualcosa come 50.000 persone, lavora all’estrazione dell’oro nella miniera di Serra Pelada, nello Stato federato di Pará, Brasile settentrionale. Salgado, notoriamente attento alle implicazioni del lavoro sulla vita di uomini e donne, eseguì una serie di scatti impressionanti nel 1986, passando un intero mese fra gli operai di Serra Pelada. Quella che segue è la storia di una delle miniere d’oro più grandi mai esiste, raccontata attraverso l’obiettivo di uno dei fotografi più talentuosi della contemporaneità.

Foto del giorno: l'oro di Serra Pelada

La storia di Serra Pelada in Brasile dobbiamo associarla ad alcuni termini chiave, in grado di racchiuderne perfettamente il senso intrinseco. Termini come ricchezza, sfruttamento umano, potere statale e distruzione ambientale sono segnati in rosso. Elementi condensatisi in pochissimi anni, benché abbiano lasciato un’eredità che ancora oggi pesantissima sulla regione amazzonica.

Sorta nel sud-est dello Stato del Pará, a oltre quattrocento chilometri dalla foce del Rio delle Amazzoni, Serra Pelada nacque letteralmente dal nulla alla fine degli anni ’70, quando una collina coperta di foresta pluviale venne improvvisamente trasformata in un gigantesco cratere a cielo aperto. La scoperta dell’oro alluvionale nel dicembre 1979, attribuita secondo la leggenda a un vaqueiro (un allevatore adibito al pascolo) nei pressi del torrente Grota Rica, innescò una corsa febbrile che attirò in poche settimane decine di migliaia di uomini da ogni parte del Brasile, dando vita a uno dei più impressionanti fenomeni di migrazione mineraria del XX secolo.

Serra Pelada Brasile

Nel giro di mesi, Serra Pelada divenne una vera città mineraria improvvisata, popolata da fino a 100.000 garimpeiros (cercatori d’oro). Scavavano a mano, senza macchinari, trasportando sacchi di terra da 60 chili su rampe ripidissime. L’oro sembrava ovunque, e le prime pepite gigantesche alimentarono il mito di una ricchezza a portata di pala. In realtà, la maggior parte dei minatori rimase intrappolata in un sistema di sfruttamento feroce, fatto di prezzi gonfiati, debiti, violenza quotidiana e controllo militare. L’intervento dello Stato, con la DOCEGEO e poi con la nomina del maggiore Sebastião Curió come Interventor Federal, non eliminò il caos ma lo incanalò, trasformando la miniera in uno spazio rigidamente sorvegliato. Un luogo quasi sospeso fuori dal diritto comune, dove l’ordine si reggeva sulla forza armata e su un fragile equilibrio di potere.

Serra Pelada miniera d'oro Salgado

Ora, è proprio in questo contesto che, nel 1986, Sebastião Salgado giunge a Serra Pelada. Lo fa quando la miniera è ormai nel pieno del suo declino, ma conserva ancora intatta la sua carica simbolica. Le sue fotografie in bianco e nero, scattate dopo settimane di permanenza sul posto, restituiscono un’immagine che va oltre la cronaca. Basta osservarle anche distrattamente per capirne la profondità. Il cratere che appare come una voragine primordiale, brulicante di corpi minuscoli, disposti su scale di fango che ricordano scene infernali o bibliche. Nei suoi scatti, Serra Pelada diventa una metafora visiva del lavoro umano ridotto alla pura forza fisica, della speranza e della disperazione intrecciate, dell’illusione dell’oro contrapposta alla realtà della fatica disumana.

Quella che vediamo nelle fotografie di Salgado non è solo documentazione di una semplice miniera, c’è molto di più. Ci sono storie inerenti un sistema economico e sociale in grado di consumare umani e territorio con la stessa brutale indifferenza. Negli anni ’80, mentre la produzione stagionale raggiungeva il picco, Serra Pelada divenne anche un focolaio di tensioni sociali e politiche. Non poteva essere altrimenti.

Serra Pelada Salgado fotografie 1986

La progressiva chiusura della miniera, le lotte tra cooperative, le promesse mancate e infine il massacro del Ponte di Marabá nel dicembre 1987 segnarono il passaggio dalla febbre dell’oro alla disillusione collettiva. La gigantesca cava, scavata interamente a mano, si riempì d’acqua all’inizio degli anni ’90. Si trasformò così in un lago contaminato dal mercurio, simbolo venefico di una ricchezza estratta velocemente e altrettanto rapidamente svanita.