Fotomontaggio digitale di Evaldas Ivanauskas, Lituania, volti del 1926, progetto del 2004. Nell’immagine spiccano due figure, una madre e un bambino, mentre una terza è solamente suggerita dalla presenza del cappotto militare. La composizione di Ivanauskas prende spunto da un ritratto di famiglia del 1926, ma si tratta di un lavoro recente, appartenente a questo secolo, non allo scorso. Nonostante ciò, resta intatta la tematica di fondo: The Missing Dad, Result of War (ovvero “Il papà scomparso, il risultato della guerra”) è un’opera artistica potentissima, decifrabile secondo una chiave di lettura storica. Ed è ciò che cercherò di fare nei seguenti paragrafi.

Questo fotomontaggio digitale gode di un’enorme fortuna in rete e, al tempo stesso, di un’altrettanto grande sfortuna. Il lato positivo riguarda la diffusione capillare sul web, perciò un fattore ottimale per l’esposizione del tema della perdita, ricercato dall’autore lituano. Il lato negativo ha a che fare con la disinformazione che circola sulla genesi dell’opera. Non sono poche le fonti informative, anche autorevoli, che ignorano la vera natura dello sforzo artistico di Evaldas Ivanauskas, scambiando l’opera per una fotografia d’epoca, scattata nel 1926. Facciamo un po’ di chiarezza prima di passare al nocciolo della questione.
Allora, mettiamola così: sebbene l’immagine sembri un reperto storico autentico del primo dopoguerra, si tratta in realtà di un’opera d’arte contemporanea che utilizza la tecnica del fotomontaggio digitale. L’identità esatta della donna e del bambino non è nota come coppia storica reale. Ivanauskas ha creato l’immagine assemblando frammenti di diverse fotografie d’epoca scattate originariamente tra gli anni ’30 e ’40 da Vincas Firinauskas.

I volti e le figure provengono dall’archivio del Museo Regionale di Panevėžys, in Lituania. L’autore ha dichiarato di aver cercato a lungo i “volti giusti” in questo vasto archivio per costruire una narrazione che desse corpo al tema dell’assenza. Detto ciò, Il papà scomparso vuole essere una rappresentazione universale del trauma post-bellico e della perdita. Dunque perché non assecondare questa volontà?
L’accostamento della famiglia a un cappotto vuoto serve a “dare forma all’invisibile“, rendendo tangibile il vuoto lasciato dai padri e dai mariti morti in guerra. L’immagine è un potente ritratto simbolico dell’impatto della guerra sulle famiglie: conflitti che sono fabbriche di vedove, generatrici di morte. E la morte, si sa, può essere combattuta con la forza della memoria. Il cappotto del papà scomparso serve a ricordare, o meglio, a non dimenticare.

Una collocazione temporale fittizia c’è, ed è suggerita dagli abiti di chi appare nella fotografia. È il primo dopoguerra, momento di riassesto per un mondo in macerie dopo l’impatto bellico, reso tale dai nazionalismi esasperati. Ma la cronologia qui conta poco e niente, poiché i temi della perdita e del dolore sono cari ad ogni guerra, di ogni tempo, passato, presente e futuro. Sì, però diamo a Cesare quel che è di Cesare. Perché è il “come” si restituisce il senso tenace della memoria, l’attaccamento al ricordo di un uomo caduto in battaglia, quello è frutto di genialità. La stessa che s’accompagna al nome di Evaldas Ivanauskas.




