Almanacco del 21 marzo, anno 2002: iniziano le indagini per la scomparsa del giornalista americano Daniel Pearl. L’occhio di chi indaga cade sullo sceicco Ahmad Omar Sa’id Shaykh e su altri tre complici di quella che sarà una morte atroce, a dir poco. Pearl si aspettava di condurre una normale intervista durante il suo soggiorno in Pakistan, ma la vicenda si conclude con la sua brutale decapitazione e con forti tensioni internazionali. Basta spoiler però, vediamo più da vicino la faccenda passo passo.

Daniel nasce a Princeton, da famiglia di origine ebraica, e conclude gli studi in maniera brillante. Dopo la laurea in Scienze della Comunicazione alla Stanford University inizia la sua carriera giornalistica. Dal 1990 lavora per il celebre Wall Street Journal, viaggiando molto e compiendo con diligenza il suo lavoro. Nel 2002, dopo 12 anni di servizio, arriva un incarico particolare e che, all’apparenza, non sembrava estremamente rischioso come si rivelerà. Pearl in Pakistan doveva intervistare uno sceicco, nulla di eclatante.
Il giornalista si trovava già nel paese, dove viveva dall’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre del 2001 insieme alla moglie. Nel suo ruolo di capo ufficio del Southeast Asia del Wall Street Journal dunque, il 23 gennaio del 2002, si recava in un ristorante al centro di Karachi, pronto all’incontro e all’intervista. Vicino all’Hotel Metropole alle 19 però ad aspettarlo c’era un piccolo comando di uomini armati. “Movimento Nazionale per il ripristino della sovranità pakistana” si autodefinivano, e la loro mossa fu quella di rapire il giornalista.

Entrano ora in gioco una serie di escamotage e il modus operandi tipico di attentatori e rapitori. Pearl venne subito additato come una spia americana e il gruppo presentò numerose e impegnative richieste al governo USA in cambio della sua liberazione. Cosa volevano? Le solite cose, verrebbe da dire. Oltre alla liberazione di detenuti pakistani delle carceri americane, il Movimento chiedeva dei Jet F-16 di una spedizione che sarebbe dovuta arrivare in Pakistan ma che non vi giunse mai. Sì, erano richieste un po’ esagerate, ma si trattava.
Come se la situazione non fosse già calda e pericolosa, i terroristi gettarono altra benzina sul fuoco con un messaggio al vetriolo per il governo degli States. “Ti diamo un giorno in più, se l’America non soddisferà le nostre richieste, uccideremo Daniel. Allora questo ciclo continuerà e nessun giornalista americano potrà entrare in Pakistan“. A ciò, con metodi che ricordano le Brigate Rosse, i rapitori allegarono foto di Pearl con in mano il giornale, metodo tipico di attribuzione di veridicità e temporalità a questi eventi, e con una pistola puntata alla testa, che non guasta mai quando si cerca l’intimidazione.

Come accennato in apertura, la conclusione fu delle più tragiche. Passarono solo 9 giorni, questo fu il limite di tolleranza dei terroristi pakistani. Dopo questo lasso di tempo, la morte per Pearl fu inevitabile ed estremamente cruenta. Il 21 febbraio del 2002, sotto il titolo “The Slaughter of the Spy-Journalist, the Jew Daniel Pearl“, compariva un video. 3 minuti e 36 secondi in cui si mostrava la decapitazione del giornalista. Il 16 maggio, in una fossa scavata a Gadap, città a nord di Karachi, il corpo sezionato in 10 parti, la testa mozzata ed una giacca identificativa del giornalista venivano tragicamente trovati. I resti di Pearl tornarono negli USA e, 4 mesi dopo il tragico omicidio nacque anche la sua prima e unica figlia. Orfana di un vile e brutale attentato e di un gioco internazionale in cui suo padre fu sfortunata pedina.




