Fotografia di Steve McCurry, Afghanistan, 2002. Sharbat Gula, il volto ignoto della famosissima fotografia del 1985 intitolata la “Ragazza afgana“, posa per un secondo scatto a 17 anni di distanza dal primo. In quell’arco temporale moltissime erano cambiate, per lei, per il Paese in cui si trovava al tempo, per il resto del mondo. A restare invariata fu la determinazione di McCurry nel rintracciare quella ragazzina, ormai divenuta donna, in un contesto di tensione e guerra.

Ma partiamo dallo scatto originario, di cui tanto si è scritto e detto. La fotografia risale al 1984, quando Steve McCurry immortalò una ragazzina afghana in un campo profughi di Peshawar, in Pakistan, durante una delle fasi più drammatiche della guerra afghano-sovietica. Pubblicata l’anno successivo, nel 1985, sulla copertina del National Geographic, l’immagine divenne rapidamente un’icona globale. Lo sguardo diretto, quasi fiero e al tempo stesso vulnerabile, di quella bambina dagli occhi verdi finì per incarnare, agli occhi dell’Occidente, l’intera tragedia dell’Afghanistan. L’infanzia spezzata, l’esilio, la violenza della guerra.
All’epoca non si conosceva il suo nome. Si sapeva soltanto che apparteneva all’etnia pashtun e che aveva meno di 12 anni. Per questo venne chiamata semplicemente la “Ragazza afgana”. Dietro quell’immagine, tuttavia, c’era già una storia segnata dalla perdita, che solo successivamente sarebbe emersa. Sharbat Gula era fuggita cinque anni prima dal suo villaggio dopo l’invasione sovietica del 1979. Entrambi i genitori erano morti, così affronto il viaggio verso il Pakistan con la nonna, il fratello e le altre sorelle. Una traversata interminabile e faticosa, lungo rotte percorse da milioni di profughi afghani in quegli anni.

Per 17 anni quella fotografia rimase sospesa nel tempo, trasformandosi in simbolo universale mentre la sua protagonista scompariva nell’anonimato. Solo nel 2002, in un Afghanistan appena uscito dalla prima fase della guerra contro il regime talebano, Steve McCurry tornò a cercarla. Come anticipato nell’introduzione, quella di McCurry fu una ricerca lunghissima, oltre modo complessa, condotta tra ex campi profughi, villaggi che sulle cartine neppure hanno un nome e testimonianze quasi sempre frammentarie. Un giorno, però, accadde l’inatteso. Il fotografo riuscì a individuare Sharbat Gula in una regione montuosa del Paese.

La donna che McCurry ritrovò era moglie e madre di tre figlie. Non aveva mai visto la famosa copertina e ignorava del tutto di essere diventata un’icona mondiale. Eppure, come raccontò lo stesso fotografo, non vi furono dubbi sulla sua identità. Gli occhi erano gli stessi, così come una piccola cicatrice sul naso e le proporzioni del volto. La fotografia del 2002, con Sharbat che regge l’immagine della propria infanzia, crea un cortocircuito visivo potente: il simbolo incontra la persona reale, segnata dal tempo, dalla povertà e da una vita trascorsa ai margini.

La sua esistenza, però, non conobbe una svolta positiva duratura. Nel 2016 Sharbat Gula venne arrestata in Pakistan con l’accusa di aver utilizzato documenti d’identità falsi, dichiarando di essere nata nel paese per poter sopravvivere legalmente. Il caso ebbe grande risonanza internazionale e si concluse con il suo rimpatrio forzato in Afghanistan. Ad accoglierla fu l’allora presidente Ashraf Ghani, che le offrì simbolicamente le chiavi di un appartamento a Kabul, presentandola come una “figlia della nazione” finalmente tornata a casa.
Ma anche questa sistemazione si rivelò precaria. Il ritorno dei talebani al potere nel 2021 riaprì per Sharbat Gula il ciclo dell’esilio. Destino che, forse non lo sapete, s’intrecciò con quello dell’Italia. Per un po’ di tempo la donna ha vissuto proprio a Roma.




