Fotografia di Richard Drew, New York, USA, 11 settembre 2001. Un uomo compie l’atto estremo di gettarsi dagli ultimi piani dalla Torre Nord del World Trade Center. Lo fa per sfuggire alle fiamme e al fumo che hanno pervaso l’edificio a seguito degli attentati avvenuti qualche minuto prima. L’obiettivo che da terra immortala la scena è quello di Richard Drew, al contempo osservatore impotente della catastrofe e testimone oculare dell’attimo storico. La fotografia raffigura la persona a testa in giù mentre precipita nel vuoto, con le braccia uniformate alle linee verticali dell’edificio e una gamba piegata. The Falling Man è il nome con cui lo scatto passa alla storia.

Richard Drew si trovava a Manhattan quell’11 settembre 2001 per un servizio fotografico in una sfilata di moda. Quando si seppe dell’attentato, si recò tempestivamente al World Trade Center. Senza pensarci troppo, estrasse la macchina fotografica e scattò una serie importante di scatti.
Fermò il tempo di uomini e donne che di tempo non avevano più. Rese immortali gli ultimi disperati attimi di vita di gente che aveva dovuto compiere una scelta apparentemente incomprensibile per chi osserva col senno del poi: come morire; perché di morte inevitabile si trattava. Tanti optarono per la fatale discesa. E quei tanti finirono negli scatti di Drew, ma solo uno ebbe il merito di colpirlo più degli altri: The Falling Man.

La geometria della fotografia sembrava essere stata aggiustata a posteriori, e invece i due profili della Torre Nord erano davvero tagliati dalla figura in caduta libera. Dopo una trentina di fotografie, Richard capì di dover sgomberare e tornò negli uffici dell’Associated Press, per cui lavorava. Lì notò la straordinarietà della fotografia. Il giorno dopo era sui giornali di tutto il mondo.
Come è naturale pensare, lo scatto, anzi, gli scatti generarono non poche polemiche. L’opinione pubblica statunitense le interpretò come argomento tabù. Non dovevano circolare, secondo una buona fetta della popolazione, poiché in violazione della riservatezza; un’indiscrezione nei confronti di chi, accettandola o meno, incontrò la morte. Ma le sfumature del discorso critico furono molto, ma molte di più. Tanti imputarono a quelle morti una connotazione di codardia (alludendo al coraggio di chi perì fra le fiamme delle Torri Gemelle). Altri, allora come oggi, rinnegarono l’utilizzo della parola “suicidio”.

E allora, visto il trambusto dei “falling men”, le principali testate mediatiche americane stesero il velo dell’autocensura sulle immagini. Se ne tornò a parlare solo anni dopo la tragedia, ma sempre con la pacatezza di chi indossa i guanti bianchi. Il New York Times nell’edizione post attentato scelse “l’uomo che cade” come immagine emblematica dell’episodio, ponendola in risalto a pagina 7 del numero. Poi la tolse, e non la pubblicò più fino al 2007.
La didascalia della fotografia recava scritto: «Una persona cade a capofitto dopo essere saltata dalla Torre Nord del World Trade Center. È stato uno spettacolo orribile che si è ripetuto nei momenti in cui gli aerei hanno colpito le torri».




