È il 18 marzo 2003, mancano circa 48 ore all’inizio dell’invasione statunitense dell’Iraq, nome in codice: Operation Iraqi Freedom (“Operazione Libertà per l’Iraq”). Un nome, un programma. L’autocrate Saddam Hussein, che governa in modo autoritario la nazione irachena dal 1979, manda il suo secondogenito, Qusayy Hussein, nella sede della banca centrale, nel cuore di Baghdad. L’ordine è quello di prelevare un miliardo di dollari in contanti. Per farci cosa non è dato saperlo. Ciò che invece si sa molto bene, è che due terzi di quel denaro verrà recuperato dalle forze armate americane, mentre 350 milioni svaniranno nel nulla. Alcuni l’hanno definita “la più grande rapina istituzionale della storia”, altri difendono la legittimità (per quanto avvenuta in un contesto pseudo-totalitario) del prelievo presidenziale. Qual è la verità?

Suddetto episodio a tinte grigie della recente storia irachena trova piena espressione nel contesto della seconda guerra del Golfo, più propriamente nota come guerra d’Iraq. Scoppiò poiché una coalizione militare occidentale, a sostanziale guida USA, invase l’Iraq del presidente-dittatore Saddam Hussein. L’allora omologo americano George W. Bush sosteneva come l’intervento armato fosse giustificabile a causa di due fattori: il finanziamento iracheno al terrorismo islamico; il possesso di armi di distruzione di massa. Né la prima, né la seconda accusa si riveleranno essere fondate.
Eppure gli Stati Uniti d’America, forti di uno smisurato peso geopolitico e capaci di muovere a proprio piacimento i fili della diplomazia (e, nel caso, della guerra) mondiale, riuscirono a far approvare la minatoria Risoluzione 1441 al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – di fatto un ultimatum senza espliciti riferimenti all’uso della forza – e, a distanza di quattro mesi dal medesimo, a scatenare la guerra.

Una parte considerevole dell’opinione pubblica globale protestò contro l’innesco del conflitto. Anzitutto mancavano prove evidenti del coinvolgimento iracheno negli attentati del 2001; in secondo luogo, era quantomeno prevedibile che Washington si stesse muovendo manu militari interessata com’era alle esorbitanti riserve petrolifere della Mezzaluna Fertile. Il dissenso non disincentivò Bush Jr. che il 20 marzo 2003 diede ordine di iniziare le operazioni militari.
Muovendoci avanti e indietro nel tempo – seguendo i sacri insegnamenti di Nolan con Tenet – torniamo al 17 marzo. In quella data, la Casa Bianca intima a Saddam Hussein e alla sua famiglia di lasciare l’Iraq, o fare i conti con la guerra in caso contrario. Il giorno successivo Qusayy Hussein, secondogenito di Saddam ed erede prescelto alla carica presidenziale, si reca alla banca centrale di Baghdad. Qusayy porta con sé un messaggio scritto dal pugno del padre: è il comando impartito, l’ordine da eseguire a occhi chiusi.

Si aprono i varchi del caveau, i funzionari della banca iniziano a consegnare il miliardo di dollari richiesti, in contanti chiaramente. All’epoca corrispondevano all’incirca ad un quarto delle riserva in dollari dell’Iraq. Tre camion accolgono il denaro, partendo subito dopo verso una destinazione ignota.
Nel corso delle operazioni militari, durate per l’esattezza 42 giorni (dal 20 marzo al 1° maggio), l’esercito americano mette le mani su buona parte di quei soldi. 650 milioni di dollari spuntano dal palazzo di Uday Hussein, stravagante primogenito di Saddam. Mancano all’appello 350 milioni, che nessuno mai ha più trovato. Una cosa è certa: la famiglia Hussein con quei soldi non è riuscita a farci molto. Qusayy e Uday sono morti in un raid aereo nel luglio del 2003. In dicembre Saddam finisce sotto cattura, venendo processato da un tribunale speciale, condannato a morte, e giustiziato il 30 dicembre 2006.

Dopo tutto ciò, quanto è lecito definire il prelievo record di Qusayy Hussein come una rapina? Se è vero che nessuno mai nella storia ha “sottratto” una simile quantità di denaro in contanti, è altresì corretto puntualizzare come di furto – nel senso stretto del termine – non si possa parlare. Niente banditi con armi automatiche, passamontagna e furgoncino per la fuga; solo dei funzionari dello Stato con un ordine manoscritto del presidente in carica. Saddam, benché dotato di poteri assoluti, era comunque il capo di Stato iracheno. Poteva disporre a proprio piacimento dei soldi custoditi nella banca centrale.
Resta un’ultima domanda, la quale però appare molto più retorica di quanto si possa pensare. Cosa volevano farci con quel miliardo di dollari. Il primo e più istintivo pensiero vede la famiglia Hussein usare quel denaro per fuggire all’estero e continuare a fare una vita di sfarzi. Altre teorie sostengono invece come Saddam volesse sfruttare il budget per finanziare una resistenza armata contro l’invasore statunitense.




